Nude: cosa muove la letteratura?

La letteratura contemporanea è postmoderna, neorealista, metanarrativa  o morta? Questa domanda all’apparenza bizzarra, in realtà tanto strana non è. Il più recente dibattito attorno alla cultura letteraria ha visto sollevare la questione della sua dipartita, proprio in quanto ormai troppo postmoderna. Se ne è parlato in ambito internazionale, partendo da un manifesto in particolare: quello del professore inglese Lars Iyer, il quale sostiene che al giorno d’oggi sia impossibile scrivere dei capolavori a meno che non si sia coscienti dell’impossibilità stessa di scrivere dei capolavori. Altri studiosi invece vedono un’importante fonte d’ispirazione nel movimento del nuovo realismo, che si concretizza in romanzi come Freedom di Jonathan Franzen (2010), definito addirittura “iper-realista” dal periodico americano n+1 e paragonato dal New York Times, per il suo ampio respiro, alla grande fatica tolstoiana Guerra e Pace.

Dello studio approfondito di queste questioni si occupa la neonata rivista Nude – Literary Review, periodico di teoria letteraria e filosofica apparso in rete poco più di un mese fa, in formato bilingue (italiano e inglese) e dallo stile affascinante. Il progetto Nude prende vita tra i banchi dello University College of London per poi concretizzarsi tra Milano e Trento. I suoi ideatori sono quattro giovani letterati interessati a comprendere cosa sta dietro alla letteratura del Ventunesimo secolo, cosa ne muove le fila – in breve, tesi ad esplorarne la teoria.

Perché di questo si tratta, di teoria letteraria, una disciplina ormai affermata all’estero, ma spesso catalogata in Italia sotto la generica e un po’ raffazzonata etichetta di “studi continentali.” La teoria letteraria è una scienza vasta, che spazia tra l’immaginazione dialogica di Bachtin, il decostruttivismo à la Derrida, il femminismo di Judith Butler, il Dasein di Heidegger, il simbolo lacaniano e molto altro ancora, applicando questi concetti all’evoluzione del linguaggio letterario e della stessa idea di letteratura. Inutile dire che una rivista che si occupi di tali argomenti in suolo italico non c’è: in questo senso Nude costituisce una novità nel panorama dei periodici che coltivano l’interesse per le Belle Lettere.

Ispirandosi a n+1, gli autori di Nude hanno voluto adottare uno stile duttile, colloquiale, a volte spiritoso, poiché, per usare le parole di Terry Eagleton riportate sul sito della rivista, “si può essere difficili senza essere oscuri.” I temi affrontati da Nude, infatti, non sono dei più semplici, ma la forma in cui vengono declinati è piacevole e disinvolta, intenzionalmente lontana dalla rigidità del linguaggio accademico, rivolta ad un pubblico competente, ma non per questo borioso. Questo modo di scrivere si è rivelato funzionale nel sopracitato caso di n+1, periodico di attualità culturale a 360 gradi, ed è impiegato con ampio successo anche dal celebre quotidiano inglese The Guardian.

La volontà di partecipare al vivace dibattito letterario internazionale è rispecchiata non solo dalla scelta delle questioni  indagate, ma anche dalla decisione di pubblicare ogni numero della Literary Review sia in italiano che in inglese, scelta che permette per altro di seguire più da vicino i temi “scottanti” dell’attualità letteraria – i quali, ahinoi, sono spesso analizzati e discussi soltanto al di fuori dell’Italia. Fortunatamente, questo non è il caso dell’argomento del prossimo numero, che sarà online dal 15 maggio sul sito www.nude-literaryreview.com e verterà sulla recente polemica riguardo al Nuovo Realismo: siamo fuori dal tunnel del postmoderno?

Elisa Giuliana

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Tra letteratura e delirio: i “mostri” di Palahniuk


Dammi empatia.

Flash.

Dammi compassione.

Flash.

Dammi onestà brutale.

Flash.

 

Palahniuk nasce a Washington da genitori statunitensi; quando ha quattordici anni tuttavia questi si separano e con i suoi tre fratelli si trasferisce presso la casa dei nonni materni.
Si laurea in giornalismo all’Università dell’Oregon nell’anno 1986, lavora per numerose riviste e per un’emittente radiofonica pubblica, per poi lasciare tutto e dedicarsi al lavoro di meccanico specializzato in motori diesel. È in questo periodo che troviamo i principali stimoli e le sostanziali decisioni che lo porteranno ad essere il Chuck Palahniuk che conosciamo; abbandona definitivamente il giornalismo nel 1988 e inizia a dedicarsi al volontariato da cui si distaccherà solo quando uno dei suoi assistiti a cui si è particolarmente legato muore. A questo punto della storia dell’autore inizia una stretta corrispondenza tra vita e romanzi; diventa membro di una congrega, la Cacophony Society, da cui prenderà spunto per il Progetto Caos del famosissimo scritto Fight Club (1996), dal quale è stato poi tratto l’omonimo e altrettanto celebre film.

Del 1999 è invece Invisible monsters.
Si tratta della storia di una top model che, bellissima e di grande successo, vive un’esistenza a dir poco invidiabile fino al momento in cui, mentre si trova alla guida della sua auto, un colpo di fucile la colpisce in pieno volto. La ferita la lascerà profondamente deturpata e la sua vita cambierà completamente rotta.
Il suo nome è Shannon Mac Farland; vive con madre padre e il fratello Shane una vita modesta. Cresce coltivando un profondo odio verso quest’ultimo, che attira tutte le attenzioni dei genitori rendendola invisibile; il fratello è omosessuale e morirà di aids, ma prima della morte rimarrà anch’egli deturpato per via di un incidente con una bomboletta di lacca: il tutto avviene in un’ambiguità letale.
Mentre Shannon si trova in ospedale in terapia psichiatrica per poter accettare al meglio la sua mutilazione, conosce Brandy, un bellissimo transgender a cui manca una sola operazione per diventare una vera donna. Brandy soppianterà nella vita della modella il ruolo della sua migliore amica Evie, anch’essa modella, che si rivelerà non troppo leale.
Le due nuove amiche intraprenderanno un avventuroso viaggio il cui scopo, oltre a quello intrinseco della fuga da se stessi, è quello di fare soldi vendendo psicofarmaci e ormoni rubati; con loro partirà anche Manus, un ex poliziotto con intense crisi di identità.

Il romanzo è senza dubbio molto complicato da interpretare; in esso vengono trattati temi come la droga, l’omosessualità, la malattia, menomazioni fisiche, vendetta, odio, amore e molto altro, con un minimalismo all’apparenza cinico, ma naturale e spontaneo, che colpisce i centri nevralgici di cuore e cervello.
Le tematiche sono numerose e complesse e non esiste uno sviluppo lineare dei fatti, i quali vengono narrati tramite flash back e flussi di coscienza; questo stile mette tuttavia in risalto l’analisi dell’inconscio di ciascun personaggio, la cui trattazione non appesantisce comunque la trama, che mantiene una coinvolgente scorrevolezza.
La dimensione onirica e quella del delirio si intrecciano in maniera avvolgente, la linea spazio temporale viene spezzettata e ricomposta come in un disturbato mosaico; apparentemente senza una logica, il racconto prosegue a spot con balzi avanti e indietro nel tempo e nella memoria, nella mente e nella realtà, nella razionalità e nella follia…

Perché dunque mettere immediatamente a fuoco i concetti di empatia, compassione ed onestà brutale? È lo stesso autore ad imprimerli sulla carta uno dopo l’altro agli inizi del romanzo, intervallati da un’unica parola: flash.
Qui sono racchiuse le sensazioni che il lettore prova durante la lettura, o meglio mentre vive Invisible monsters.
Non sono esse emozioni elaborate e concettose, bensì si riflettono in ciò che si sente di pancia, ciò che fa entrare in quel mondo prima che la razionalità possa sviluppare la situazione ed identificarla come fittizia, di quelle sensazioni che penetrano senza permettere di soffermarsi a ragionare sulle complesse tematiche proposte, prima di accorgersi che tutto torna; ci si ritrova così a fluttuare in un universo senza sopra e sotto, i cui personaggi vengono vissuti dal di dentro, ponendo empaticamente e senza alcuno sforzo il lettore nei loro panni; è a questo punto che la compassione diventa autocompassione e l’onestà totalizzante a tal punto da procurare ferite mortali.

La protagonista dopo l’incidente, è talmente sfigurata da non avere neppure la possibilità di articolare parole, è muta e invisibile, la vergogna le proibisce di mostrare il volto. Dopo la prima impressione di fronte all’esperienza reale della ragazza, se ci si insinua nei meandri dell’inconscio comprendiamo come in realtà Shannon avesse da sempre la sensazione di essere invisibile, in particolare nei confronti del fratello che necessitava molte attenzioni; forse da qui germoglia la sua spasmodica ricerca dei riflettori, l’esigenza di sfruttare la sua bellezza per essere vista.
Si può dunque scorgere in tal senso un desiderio insoddisfatto ovvero il desiderio delle attenzioni genitoriali che giunge ad un compromesso con la censura, nozione intesa in termini freudiani, in questo caso svolta dall’orgoglio della razionalità che fa nascere in Shannon l’obiettivo di divenire una famosa modella per supplire alla sua mancanza d’affetto con i riflettori.
Tra gli altri sintomi patologici che serpeggiano nel romanzo appare evidente una fortissima sovrapposizione del piano reale e di quello fantastico che si generalizza nel corso della trama; sovviene quasi spontaneo alla mente accostare tale situazione allo studio che Freud fa della Gradiva di Jensen, ove si ha un delirio totalizzante come nel nostro caso, anche se in Palahniuk la situazione è più complessa e articolata in quanto il delirio non coinvolge un unico personaggio ma ognuno ha il proprio intricato mondo che viene via via risolto tramite una magistrale architettura ed una puntuale costruzione dei personaggi che in entrambi i casi, nonostante l’apparenza, non smettono mai di comunicare.

Ogni personaggio di Invisible monsters potrebbe essere analizzato da un punto di vista clinico proprio come Freud  ha fatto con Norbert Hanold, il giovane archeologo protagonista della sopracitata Gradiva. La cosa che maggiormente colpisce dando una lettura di questo genere è la coerenza clinica dello sviluppo delle varie patologie o problematiche psicologiche. Come già lo psichiatra si domandava ne Il poeta e la fantasia scritto del 1907, dove mai il poeta prende il materiale per le sue opere? La produzione artistica, nello specifico quella letteraria, ha forse un origine comune a quella di un sogno o di una fantasia?
Freud ritiene che sogni e prodotti letterari abbiano base comune: una forte impressione attuale risveglierebbe nello scrittore ricordi del passato che darebbero origine a desideri insoddisfatti spingendo quindi l’autore a trovarne un appagamento nella vita letteraria, proprio come avviene durante il sonno; si può ricordare in questo senso lo stretto legame che esiste tra la biografia e l’opera di Palahniuk.

L’autore esprime le sensazioni sin qui descritte fino a turbare il lettore, quasi portandolo a chiedersi se non sia la pazzia stessa a muovere la penna; l’aderenza così evidente con le teorie freudiane rischia dunque di apparire un’ottima prova a questo proposito, ma resta possibile che la genericità delle medesime risulti in tal senso ingannevoli.
Questo genere di riflessioni portano ancora oggi a riflettere sui profondi e misteriosi legami esistenti tra genio e follia, talento e alienazione, intelligenza e squilibrio; la conclusione stessa di Invisible monsters, in cui si scoprirà che il surrogato dell’assoluzione non pare aver funzionato poi tanto bene, mette a nudo la zona nascosta della nostra mente che, seppur disorientata da un simile intricato delirio, ne viene infine affascinata e quasi sedotta.

Marialuna Cavenaghi

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L’occhio fotografico. Immagine e violenza, con Maurizio Guerri



Domenica 11 marzo
il centro culturale Doiè organizza il quarto appuntamento di Arts and Philosophy.
Tema della serata sarà L’occhio fotografico. Immagine e violenza per riflettere con Maurizio Guerri, docente di Elementi di filosofia contemporanea presso l’Accademia di belle Arti di Brera, di estetica e del rapporto con il mondo dell’arte.

A partire da un’esigenza di chiarimento della filosofia estetica in relazione alla dimensione artistica, si discuterà della possibilità che l’arte, e la disciplina che la indaga, possa vivificare l’agire dell’uomo permettendone una nuova forma di comprensione vicina allo splendore quanto al terrore.
Negli incontri passati i docenti che sono intervenuti – tra cui ricordiamo la professoressa Chiara Cappelletto, la professoressa Simona Chiodo e il professor Elio Franzini -, hanno discusso della possibilità di riscoprire la gratuità e la grazia dell’agire artistico tanto da definire l’opera d’arte come occasione di disvelamento dell’invisibile, e in occasione del quarto appuntamento di Arts and Philosophy, si discuterà della possibilità che l’arte sia luogo in cui l’uomo ritrovi la propria libertà d’agire.

In un mondo tecnocratico e disumano, il gesto dell’artista o, meglio, dell’artista-fotografo sarà, infatti, definito da Guerri come unico gesto in grado di sfruttare l’artificialità dell’esistere a proprio vantaggio poiché, solo attraverso la perfezione tecnica della macchina fotografica, l’artista produce bellezza e, al contempo, implica un sentimento di splendore/terrore per via della riproducibilità alla sfera del calcolabile.
Terrore, bellezza e libertà si intrecciano allora nell’arte, ma solo in questo modo, solo attraverso la produzione di opere d’arte belle, sarà permesso all’uomo di vivere nella libertà e vincere il terrore dell’agire e del pensare.

Via Laghetto 11, ore 19.

Modera la serata Alessandra Galbusera

Fotografia di Stefano Lupatini

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Quanto costa l’autonomia? Politica, cultura e società civile

1946-1947, Italia. Elio Vittorini, allora direttore de “Il Politecnico”, suscita le ire dei vertici del Partito Comunista Italiano, che lo accusano di promuovere indirizzi culturali almeno parzialmente svincolati dagli interessi di chi, fin dall’inizio, si era occupato di favorire la circolazione della rivista. Il dibattito, che vede un accanito Togliatti rispondere a suon di lettere e articoli, si chiude – com’è noto – con la conclusione dell’esperienza del “Politecnico” e con la fuoriuscita di Vittorini dal partito. Nel 1951, Togliatti, firmandosi come Roderigo Di Castiglia, deride Vittorini in un pungente articolo su “Rinascita”.

Nel mezzo, come a entrambi i contendenti risulta ben chiaro, si colloca ben più che la semplice difesa di una specifica stagione culturale o dell’agenda politica di un partito. Lo scontro è di ampia portata e riguarda la possibilità stessa per un intellettuale, che dichiari la sua adesione a uno specifico orientamento politico e ne raccolga i benefici materiali, di preservare indipendenza mentale e autonomia di scelta. Il contatto fra cultura e politica impone l’asservimento della prima alla seconda, o è forse possibile immaginare una politica attraversata e illuminata dai sentieri solitari della cultura? Apparentemente tutto si risolve con la vittoria postuma di Vittorini, campione della libertà di pensiero, capace di ribellarsi all’oscura logica che regola la condotta dell’intellettuale organico. Nessuno lo negherebbe. Eppure, la rottura sembra sancire un definitivo distacco: cultura e politica, via via, percorreranno strade autonome e si guarderanno con sospetto e malcelato timore. È il fallimento di un progetto unitario che, pur marcato ideologicamente, avrebbe forse permesso a intellettuali di valore di mettersi alla testa del rinnovamento culturale del nostro paese. Continua a leggere

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La molteplice faccia della realtà: il postmodernismo

Da ormai diversi decenni chiunque tenti di avvicinarsi allo studio della filosofia della storia indagando in particolare il modo in cui viene esaminata l’era contemporanea si ritrova sempre più spesso a doversi confrontare con un concetto che, pur non essendo più definibile innovativo, continua a scatenare ampi dibattiti tra storici, filosofi, sociologi e umanisti in genere: il postmodernismo. Tale termine volle esprimere, ai propri esordi, fondamentalmente un modo diverso di approcciarsi con le forme percettive e comunicative di cui siamo dotati rispetto all’epoca precedente, ma ha oggi assunto una caratterizzazione propria estremamente profonda, la quale, pur avendo ripercussioni fondamentalmente speculative, non ha mancato di sollevare aspre critiche e forti prese di posizione, tanto in campo accademico ed intellettuale, quanto sul piano schiettamente politico. Continua a leggere

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Italia 2012. Il viceministro, la scuola e il lavoro

Ormai qualche settimana fa un azzimato viceministro, sorvolando un po’ sull’etichetta, ha pubblicamente espresso la propria opinione sulle malsane abitudini dei giovani nostrani, colpevoli di laurearsi con un certo ritardo rispetto ai colleghi europei. Sventolando una giovinezza che suona quasi offensiva, il viceministro ha bacchettato, almeno nelle intenzioni, i figli di papà che trascorrono le giornate fra il bar e la mensa. Inevitabili il vespaio di polemiche e le note di biasimo, equamente divise fra chi ha condannato il linguaggio non proprio signorile del viceministro, ma ha tributato un plauso ai contenuti messianici dell’intervento, e chi ha puntato il dito contro la scarsa sensibilità di un uomo dal curriculum spaventevole. Nato a Nizza, laureato a 23 anni, professore ordinario a 29, in ruolo a 31, il viceministro è membro di una serie considerevole di club, comitati scientifici e associazioni, ha intrattenuto rapporti di lavoro con i precedenti inquilini di palazzo Chigi ed è figlio di un magistrato noto al grande pubblico, tanto da far sorgere qualche sospetto anche ai meno maliziosi. Continua a leggere

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Multidisciplinarietà e interdisciplinarietà – Evoluzione del pensiero di Ernesto de Martino

La multidisciplinarietà è una delle sfide con cui la ricerca accademica dovrà prima o poi confrontarsi. A causa dell’elevato grado di specializzazione del sapere odierno, la possibilità che un solo campo del sapere si consideri preminente è ormai sempre meno credibile. L’interdisciplinarietà si pone così come possibilità per far comunicare, ed a un tempo progredire, i numerosi punti di vista che si sono aperti sul mondo e lo studio dell’uomo. Ernesto de Martino fu uno dei pionieri italiani di tale approccio. Lo studioso partenopeo, vissuto tra il 1908 ed il 1965, si impose sulla scena nazionale e marginalmente in quella internazionale negli anni immediatamente precedenti alla guerra, proseguendo poi gli studi fino al termine della sua vita; la sua opera intellettuale sta vivendo oggi una fase di rinnovato interesse e di continua rivalutazione. Laureatosi in lettere nel 1932 con un tesi in storia delle religioni, de Martino non faticò ad essere introdotto nella cerchia di Benedetto Croce, autore le cui tesi erano talmente diffuse (soprattutto in ambiente napoletano) da rendere impervia la strada per chiunque intendesse portare avanti idee eccessivamente discostanti dalle sue. Continua a leggere

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La Morale nel cerchio della politica. Una lettura de “Le idi di Marzo”

“Come va l’Ohio, così va la nazione”, si dice nell’America incline alle previsioni e ai fatalismi dove i candidati alla presidenza sono bruciati dal fuoco incrociato delle lobby e degli slogan. Ma l’interrogativo che percorre Le idi di marzo, l’ultimo film di George Clooney, e sottende l’intera costruzione drammatica, è di natura essenzialmente filosofica: è giusto e plausibile che la morale abbia un posto all’interno dei sistemi e dei modelli con cui organizziamo il nostro mondo, oppure rappresenta esclusivamente un orpello con cui agghindarci, avendo cura di sbarazzarcene di fronte alle esigenze impellenti della prassi quotidiana? Ci sono limiti che abbiamo il dovere di rispettare al di là di quelli fissati dalle legge e imprigionati nelle consuetudine o abbiamo il diritto di gestire in modo fluido e autonomo la nostra condotta, adattandoci come camaleonti alle pieghe sempre diverse dell’esistenza? Continua a leggere

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“Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne”

Breve intervista a Paolo Calabrò, autore de Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne, Diabasis, 2011.

Partiamo dal titolo del tuo ultimo libro “Le cose si toccano”. Che valore dai all’interdisciplinarità?
Innanzitutto grazie per questa intervista. Mi piacerebbe rispondere con Heisenberg: le intuizioni più importanti avvengono nei punti di intersezione fra discipline diverse. Al dialogo fra le culture, le tradizioni, i saperi in generale va dato il valore più alto possibile; ma mi spingerei a dire che tale dialogo è perfino necessario, oggi: oggi che, nel nostro mondo globalizzato, i problemi di uno sono i problemi di tutti. Nessuno può dichiararsi autosufficiente; nessuno può rivendicare il possesso di soluzioni valide ed efficaci per tutti. L’incontro con l’altro oggi non è più dunque soltanto benvenuto, ma indispensabile. Continua a leggere

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Michael Dummett – una vita per la Verità

Michael Dummett (Londra, 27 giugno 1925 – 27 dicembre 2011)

Dummett, senz’altro uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, muore il 27 Dicembre del 2011. Come centro di ricerca per la filosofia non possiamo che unirci al profondo dolore che ha coinvolto i filosofi di ogni parte del mondo segnalandovi, senza aggiungere altro, alcuni link in ricordo di Sir Michael, filosofo che fece della Verità la natura, e il futuro, della filosofia che verrà.

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