Italia 2012. Il viceministro, la scuola e il lavoro

Ormai qualche settimana fa un azzimato viceministro, sorvolando un po’ sull’etichetta, ha pubblicamente espresso la propria opinione sulle malsane abitudini dei giovani nostrani, colpevoli di laurearsi con un certo ritardo rispetto ai colleghi europei. Sventolando una giovinezza che suona quasi offensiva, il viceministro ha bacchettato, almeno nelle intenzioni, i figli di papà che trascorrono le giornate fra il bar e la mensa. Inevitabili il vespaio di polemiche e le note di biasimo, equamente divise fra chi ha condannato il linguaggio non proprio signorile del viceministro, ma ha tributato un plauso ai contenuti messianici dell’intervento, e chi ha puntato il dito contro la scarsa sensibilità di un uomo dal curriculum spaventevole. Nato a Nizza, laureato a 23 anni, professore ordinario a 29, in ruolo a 31, il viceministro è membro di una serie considerevole di club, comitati scientifici e associazioni, ha intrattenuto rapporti di lavoro con i precedenti inquilini di palazzo Chigi ed è figlio di un magistrato noto al grande pubblico, tanto da far sorgere qualche sospetto anche ai meno maliziosi.

Il paradosso sembra risiedere nel fatto che nelle parole del viceministro dal curriculum di ferro sembrano condensarsi i due opposti mali che affliggono università e mondo del lavoro: carriere lampo dei favoriti dalla sorte e perenne stagnazione di chi vivacchia alla giornata. Il pozzo e il pendolo. Baroni e perdigiorno. Grande assente, manco a dirlo, il merito. Senza nulla togliere alla storia individuale del viceministro, s’intende. Inutile precisare, come il viceministro non ha mancato di fare, che la vis polemica che l’ha infuocato non era diretta contro studenti-lavoratori, studenti-poveri, studenti-precari, studenti-plurilaureati, studenti-depressi, ma solo contro studenti-nullafacenti. Le rifiniture sono d’obbligo e il senso del messaggio, per chi non voglia approfittarne per polemiche ad hoc, piuttosto chiaro. Solo il pulpito appare inadeguato, troppo smagliante per risultare credibile – segno che, forse, il germe della retorica politica non ha ancora del tutto intaccato il nostro altrimenti astuto viceministro. Ciò che ancora colpisce, una volta demistificata l’offesa e ridotto a più miti consigli il luccicante giurista, è come l’argomento non manchi di suscitare discussioni, non appena si accenni all’aggettivo (“sfigato”, per la cronaca)  con cui il viceministro ha apostrofato il suo ipotetico (quasi) coetaneo. Gli argomenti preferiti ci portano in realtà piuttosto lontani dalle parole pronunciate dal viceministro, che in fondo si limita a rivolgere un caldo invito a non sedersi sugli allori.

Quando, nel 1923, Giovanni Gentile reinventò la scuola italiana con quella che lo stesso Mussolini chiamò, con orgoglio, “la più fascista delle riforme”, difficilmente si sarebbero potute immaginare le infinite diatribe che si sarebbero prodotte nei successivi decenni. Stravolgimenti e passi indietro, striscioni e occupazioni mentre, al fondo, continuava a serpeggiare quel tarlo che, a tutt’oggi, è spesso indicato come uno dei mali peggiori del nostro sistema educativo: la scarsa attenzione per le discipline scientifiche, pane quotidiano dei giovani europei e bagaglio scomodo per gli studenti italiani. Fiumane di ragazzi che scelgono facoltà umanistiche, le quali a loro volta, applicando uno scarsissimo processo di selezione, producono generazioni intere di laureati dal futuro incerto. Non sarebbe stato meglio se almeno qualcuno di loro – o qualcuno di coloro che da una decina di anni occupa i posti dei corsi di laurea di medicina o di ingegneria – avesse scelto un istituto professionale, sperando in un immediato e non certo indegno sbocco lavorativo? Il nostro viceministro si è chiesto anche questo, con toni che sono parsi lievemente meno degni di attenzione.

Se da un lato suona inevitabilmente retrò l’invito a studiare di meno, dall’altro la cronica scarsità di tecnici specializzati è cosa nota, tanto che ci si potrebbe quasi stupire del fatto che molti non scelgano come prima opzione una specializzazione professionalizzante, piuttosto che tentare innumerevoli volte il test d’ingresso della facoltà preferita. Tuttavia, sebbene sia necessaria una certa dose di realismo nella pianificazione del proprio futuro, sembra auspicabile che in una società che possa dirsi civile ciascuno abbia la possibilità di progettare la propria esistenza non soltanto in funzione di un impiego professionale, ma in vista di un progetto di vita globale che includa il lavoro come parte integrante, ma non esclusiva. Se il singolo dovesse scegliere come impostare la propria istruzione unicamente in virtù delle esigenze della società, sarebbe forse più semplice che lo Stato si preoccupasse di pianificare in modo ben più dettagliato le abitudini scolastiche individuali, senza limitarsi a imporre quote di ingresso per determinate facoltà. L’inevitabile squilibrio fra attitudini individuali e necessità pubbliche impone a una società democratica una buona dose di liberalizzazione, compromettendo sul nascere le possibilità di un tale progetto. La questione si complica se consideriamo doveroso tenere in considerazione non soltanto le capacità individuali, ma anche le preferenze e i desideri, che non necessariamente coincidono con le potenzialità attuali di cui gli individui dispongono.

Se è vero che ogni bambino ha espresso, almeno una volta, il desiderio di diventare calciatore, ciò non significa che l’educazione ricevuta nel corso degli anni non abbia modificato le sue inclinazioni, non soltanto mostrandogli limiti che non avrebbe mai pensato di avere, ma anche spalancandogli strade che non avrebbe mai concepito di avere a disposizione. Se uno studente di dodici anni dimostra scarso amore per lo studio, perché dovremmo automaticamente ritenere che la situazione rimarrà tale per tutti gli anni successivi? L’inclinazione dei genitori moderni li porta naturalmente a desiderare per i propri figli un futuro da liceali prima e da studenti universitari poi, spesso prestando poca attenzione ai desideri espressi dai pargoli. Egoismo di chi non sa vedere oltre se stesso o lungimiranza di chi riconosce al proprio figlio la possibilità di superare se stesso e i propri confini? Senza voler ulteriormente mitizzare l’istituzione universitaria, è innegabile che essa continui a rappresentare, almeno nelle intenzioni, un punto d’arrivo per ragazzi e famiglie. L’invito a preferire un istituto professionale non si scontra con il fatto che, per come è strutturata la scuola italiana, la scelta tocchi a un ragazzino di tredici anni, in gran parte inconsapevole non solo delle sue potenzialità future, ma anche delle opportunità offerte da altri tipi di percorso? E se tutti optassero per un’istruzione superiore di tipo liceale, dovremmo rassegnarci a una qualità di insegnamento inferiore , date per assodate le carenze strutturali della scuola italiana? A prescindere dalla crisi economica contingente, il modello offerto da molti paesi europei, che consente un ingresso più precoce nel mondo del lavoro, rappresenta davvero un ideale cui tendere per favorire l’occupazione e svecchiare la nostra classe dirigente? In che modo una società tecnologicamente avanzata esige una modifica nell’organizzazione del tempo dedicato all’insegnamento delle varie materie di studio? La cultura mantiene il proprio significato indipendentemente dal legame che è in grado di intrecciare con la società (“anche lo studio è un mestiere”, scriveva Gramsci)?

Consapevoli del fatto che non fosse nelle intenzioni del viceministro Michel Martone scoperchiare tutte queste pentole con una sola battuta, sembra che i nodi da sciogliere siano diversi e le soluzioni, malgrado le innumerevoli riforme e controriforme, ancora lontane.

Sofia Bonicalzi

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2 Responses to Italia 2012. Il viceministro, la scuola e il lavoro

  1. Sto diventando un assiduo lettore della Bonicalza…

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