Tra letteratura e delirio: i “mostri” di Palahniuk


Dammi empatia.

Flash.

Dammi compassione.

Flash.

Dammi onestà brutale.

Flash.

 

Palahniuk nasce a Washington da genitori statunitensi; quando ha quattordici anni tuttavia questi si separano e con i suoi tre fratelli si trasferisce presso la casa dei nonni materni.
Si laurea in giornalismo all’Università dell’Oregon nell’anno 1986, lavora per numerose riviste e per un’emittente radiofonica pubblica, per poi lasciare tutto e dedicarsi al lavoro di meccanico specializzato in motori diesel. È in questo periodo che troviamo i principali stimoli e le sostanziali decisioni che lo porteranno ad essere il Chuck Palahniuk che conosciamo; abbandona definitivamente il giornalismo nel 1988 e inizia a dedicarsi al volontariato da cui si distaccherà solo quando uno dei suoi assistiti a cui si è particolarmente legato muore. A questo punto della storia dell’autore inizia una stretta corrispondenza tra vita e romanzi; diventa membro di una congrega, la Cacophony Society, da cui prenderà spunto per il Progetto Caos del famosissimo scritto Fight Club (1996), dal quale è stato poi tratto l’omonimo e altrettanto celebre film.

Del 1999 è invece Invisible monsters.
Si tratta della storia di una top model che, bellissima e di grande successo, vive un’esistenza a dir poco invidiabile fino al momento in cui, mentre si trova alla guida della sua auto, un colpo di fucile la colpisce in pieno volto. La ferita la lascerà profondamente deturpata e la sua vita cambierà completamente rotta.
Il suo nome è Shannon Mac Farland; vive con madre padre e il fratello Shane una vita modesta. Cresce coltivando un profondo odio verso quest’ultimo, che attira tutte le attenzioni dei genitori rendendola invisibile; il fratello è omosessuale e morirà di aids, ma prima della morte rimarrà anch’egli deturpato per via di un incidente con una bomboletta di lacca: il tutto avviene in un’ambiguità letale.
Mentre Shannon si trova in ospedale in terapia psichiatrica per poter accettare al meglio la sua mutilazione, conosce Brandy, un bellissimo transgender a cui manca una sola operazione per diventare una vera donna. Brandy soppianterà nella vita della modella il ruolo della sua migliore amica Evie, anch’essa modella, che si rivelerà non troppo leale.
Le due nuove amiche intraprenderanno un avventuroso viaggio il cui scopo, oltre a quello intrinseco della fuga da se stessi, è quello di fare soldi vendendo psicofarmaci e ormoni rubati; con loro partirà anche Manus, un ex poliziotto con intense crisi di identità.

Il romanzo è senza dubbio molto complicato da interpretare; in esso vengono trattati temi come la droga, l’omosessualità, la malattia, menomazioni fisiche, vendetta, odio, amore e molto altro, con un minimalismo all’apparenza cinico, ma naturale e spontaneo, che colpisce i centri nevralgici di cuore e cervello.
Le tematiche sono numerose e complesse e non esiste uno sviluppo lineare dei fatti, i quali vengono narrati tramite flash back e flussi di coscienza; questo stile mette tuttavia in risalto l’analisi dell’inconscio di ciascun personaggio, la cui trattazione non appesantisce comunque la trama, che mantiene una coinvolgente scorrevolezza.
La dimensione onirica e quella del delirio si intrecciano in maniera avvolgente, la linea spazio temporale viene spezzettata e ricomposta come in un disturbato mosaico; apparentemente senza una logica, il racconto prosegue a spot con balzi avanti e indietro nel tempo e nella memoria, nella mente e nella realtà, nella razionalità e nella follia…

Perché dunque mettere immediatamente a fuoco i concetti di empatia, compassione ed onestà brutale? È lo stesso autore ad imprimerli sulla carta uno dopo l’altro agli inizi del romanzo, intervallati da un’unica parola: flash.
Qui sono racchiuse le sensazioni che il lettore prova durante la lettura, o meglio mentre vive Invisible monsters.
Non sono esse emozioni elaborate e concettose, bensì si riflettono in ciò che si sente di pancia, ciò che fa entrare in quel mondo prima che la razionalità possa sviluppare la situazione ed identificarla come fittizia, di quelle sensazioni che penetrano senza permettere di soffermarsi a ragionare sulle complesse tematiche proposte, prima di accorgersi che tutto torna; ci si ritrova così a fluttuare in un universo senza sopra e sotto, i cui personaggi vengono vissuti dal di dentro, ponendo empaticamente e senza alcuno sforzo il lettore nei loro panni; è a questo punto che la compassione diventa autocompassione e l’onestà totalizzante a tal punto da procurare ferite mortali.

La protagonista dopo l’incidente, è talmente sfigurata da non avere neppure la possibilità di articolare parole, è muta e invisibile, la vergogna le proibisce di mostrare il volto. Dopo la prima impressione di fronte all’esperienza reale della ragazza, se ci si insinua nei meandri dell’inconscio comprendiamo come in realtà Shannon avesse da sempre la sensazione di essere invisibile, in particolare nei confronti del fratello che necessitava molte attenzioni; forse da qui germoglia la sua spasmodica ricerca dei riflettori, l’esigenza di sfruttare la sua bellezza per essere vista.
Si può dunque scorgere in tal senso un desiderio insoddisfatto ovvero il desiderio delle attenzioni genitoriali che giunge ad un compromesso con la censura, nozione intesa in termini freudiani, in questo caso svolta dall’orgoglio della razionalità che fa nascere in Shannon l’obiettivo di divenire una famosa modella per supplire alla sua mancanza d’affetto con i riflettori.
Tra gli altri sintomi patologici che serpeggiano nel romanzo appare evidente una fortissima sovrapposizione del piano reale e di quello fantastico che si generalizza nel corso della trama; sovviene quasi spontaneo alla mente accostare tale situazione allo studio che Freud fa della Gradiva di Jensen, ove si ha un delirio totalizzante come nel nostro caso, anche se in Palahniuk la situazione è più complessa e articolata in quanto il delirio non coinvolge un unico personaggio ma ognuno ha il proprio intricato mondo che viene via via risolto tramite una magistrale architettura ed una puntuale costruzione dei personaggi che in entrambi i casi, nonostante l’apparenza, non smettono mai di comunicare.

Ogni personaggio di Invisible monsters potrebbe essere analizzato da un punto di vista clinico proprio come Freud  ha fatto con Norbert Hanold, il giovane archeologo protagonista della sopracitata Gradiva. La cosa che maggiormente colpisce dando una lettura di questo genere è la coerenza clinica dello sviluppo delle varie patologie o problematiche psicologiche. Come già lo psichiatra si domandava ne Il poeta e la fantasia scritto del 1907, dove mai il poeta prende il materiale per le sue opere? La produzione artistica, nello specifico quella letteraria, ha forse un origine comune a quella di un sogno o di una fantasia?
Freud ritiene che sogni e prodotti letterari abbiano base comune: una forte impressione attuale risveglierebbe nello scrittore ricordi del passato che darebbero origine a desideri insoddisfatti spingendo quindi l’autore a trovarne un appagamento nella vita letteraria, proprio come avviene durante il sonno; si può ricordare in questo senso lo stretto legame che esiste tra la biografia e l’opera di Palahniuk.

L’autore esprime le sensazioni sin qui descritte fino a turbare il lettore, quasi portandolo a chiedersi se non sia la pazzia stessa a muovere la penna; l’aderenza così evidente con le teorie freudiane rischia dunque di apparire un’ottima prova a questo proposito, ma resta possibile che la genericità delle medesime risulti in tal senso ingannevoli.
Questo genere di riflessioni portano ancora oggi a riflettere sui profondi e misteriosi legami esistenti tra genio e follia, talento e alienazione, intelligenza e squilibrio; la conclusione stessa di Invisible monsters, in cui si scoprirà che il surrogato dell’assoluzione non pare aver funzionato poi tanto bene, mette a nudo la zona nascosta della nostra mente che, seppur disorientata da un simile intricato delirio, ne viene infine affascinata e quasi sedotta.

Marialuna Cavenaghi

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