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	<title>Ecologia Profonda</title>
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	<description>La vita sulla terra è un unicum e l’uomo è una specie come tutte le altre</description>
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		<title>Un ambientalismo senza l’ambiente?</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 21:47:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia Profonda]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ermete Ferraro In una società dove tutto viene travisato e &#8220;geneticamente modificato&#8221; dalla mistificazione della Neolingua del &#8220;Big Brother&#8221; mediatico, c&#8217;è da meravigliarsi se si parte dall&#8217;ammissione della pesante impronta ecologica dell&#8217;Uomo sulla Terra per giungere a conclusioni opposte? &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/05/13/un-ambientalismo-senza-l%e2%80%99ambiente/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ermete Ferraro<br />
<a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/05/giornataterra.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-310" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/05/giornataterra.jpg" alt="" width="195" height="191" /></a>In una società dove tutto viene travisato e &#8220;geneticamente modificato&#8221; dalla mistificazione della Neolingua del &#8220;Big Brother&#8221; mediatico, c&#8217;è da meravigliarsi se si parte dall&#8217;ammissione della pesante impronta ecologica dell&#8217;Uomo sulla Terra per giungere a conclusioni opposte?<br />
Un ambientalismo senza l&#8217;ambiente è quello che deve caratterizzare l&#8217;era definita &#8220;antropocene&#8221; da chi ha già deciso che &#8220;la Natura è finita&#8221;?   Ammetto di essere rimasto piuttosto colpito da un articolo di Bryan Walsh (editorialista di TIME e redattore del blog tematico “Ecocentric”) pubblicato sul numero del 12 marzo scorso di quella nota rivista. Visto il titolo (“Nature is Over” ovvero “La Natura à finita”), di per sé eloquente, m’incuriosiva capire anche in che modo l’analisi della questione ambientale si collocasse fra le “10 idee che vi stanno cambiando la vita”, cui era dedicato quel numero e la copertina di TIME.<span id="more-305"></span><br />
Si trattava di una originale rassegna delle novità che stanno incidendo profondamente sul nostro modo di vivere, modificando la percezione stessa che abbiamo della realtà. Si va dalla &#8220;normalità&#8221; del vivere da soli alla tendenza a vivere con la testa nella &#8220;nuvola&#8221; informatica; dalla conciliazione della privacy con la vita pubblica alle ricerche sul cibo che dura per sempre; dalla religione senza chiese alla black irony&#8230;<br />
Ebbene, in mezzo a questi eterogenei “segni dei tempi” è inserito l’articolo in questione che, già nel titolo, lascia trasparire la nuova concezione dell’ecologia di cui l’autore sembra farsi profeta, partendo proprio da una spietata analisi di quanto l’umanità abbia già, drammaticamente quanto rapidamente, cambiato il volto del nostro pianeta.<br />
Nessun ecologista, in effetti, può accusare Bryan Walsh di reticenza nel declinare i fenomeni che stanno lasciando una profonda ed irreversibile impronta antropica sulla Terra. Direi, anzi, che la sua pur breve analisi risulta ampiamente significativa e non lo colloca certo fra i ‘negazionisti’ della tragedia ambientale e delle responsabilità del genere umano, di cui viceversa si mostra perfettamente consapevole.</p>
<p>In poche ma citabili righe, infatti, egli ci ricorda che:<br />
Per una specie esistente per meno dell’1% dei 4 miliardi e mezzo di storia della Terra, l’homo sapiens ha certamente impresso il proprio marchio sul posto. Gli umani hanno un impatto diretto su oltre tre quarti del suolo terrestre libero da ghiacci. Circa il 90% dell’attività degli impianti mondiali risiede ora in ecosistemi dove le persone giocano un ruolo significativo. Abbiamo estirpato le foreste originarie da gran parte del Nord America e dell’Europa ed abbiamo aiutato la spinta verso l’estinzione di decine di migliaia di specie. Perfino nei vasti oceani, tra le poche aree del pianeta disabitate dagli umani, è stata avvertita la nostra presenza, a causa dell’eccessiva pesca e dell’inquinamento marino. Attraverso i fertilizzanti artificiali – che hanno drammaticamente accresciuto la produzione alimentare e, con essa, la popolazione umana – abbiamo trasformato ingenti quantità di azoto da gas inerte nella nostra atmosfera in principio attivo nel nostro suolo, il cui deflusso ha creato enormi zone acquatiche morte nelle aree costiere. E tutta l’anidride carbonica che emettono gli oltre 7 miliardi di esseri umani sulla Terra sta rapidamente cambiando il clima e sta alterando la natura stessa del pianeta.</p>
<p>Dopo questa spietata requisitoria sul devastante impatto umano sull’ambiente naturale ci saremmo aspettati una sonora predica ecologista ma, come sospettavo, l’articolo assume improvvisamente una piega ben diversa. La nuova strategia delle potenze economico-politiche che decidono le scelte economiche mondiali, a quanto pare, non è più (o quanto meno non è più solamente) quella di negare spudoratamente ogni responsabilità del cosiddetto &#8220;sviluppo umano&#8221; nella distruzione degli ecosistemi. Ormai da qualche tempo, infatti, l’orwelliana Neolingua ci sta abituando ad un’operazione psicologico-comunicativa più sottile ed insidiosa. Basta smontare le contestazioni dei soliti “protestanti” modificando il senso stesso delle parole e rimodellando i concetti a proprio uso e consumo. Che si tratti di spedizioni belliche che diventano “missioni umanitarie” oppure dell’azzeramento delle garanzie dei lavoratori spacciato per “lotta alla precarietà”, il Newspeak di chi decide sulle nostre teste – forte della complicità dei media e della pigrizia mentale di troppi che hanno rinunciato a pensare colla propria testa &#8211; appare costantemente improntato alla mistificazione, al travisamento delle idee, al capovolgimento del senso delle parole fondamentali.</p>
<p>Tra la “pars destruens” iniziale dell’articolo e quella finale, da cui scaturisce la proposta di giungere ad un &#8220;nuovo ambientalismo&#8230; senza l’ambiente&#8221;, non può mancare ovviamente una significativa parte centrale. Se è vero che, per colpa dell’uomo, “la natura è finita” – come recita drasticamente il titolo dell’articolo – l’autore non può non cercare gli spunti più opportuni per presentarci e motivare la sua &#8220;scoperta&#8221;. Premesso che alcuni scienziati ritengono che abbiamo già abbandonato l’era geologica denominata Olocene, entrando nell’Antropocene o età dell’uomo – argomenta Walsh &#8211; è evidente che occorre rivedere il nostro modo di affrontare il rapporto uomo-natura.</p>
<p>Ecco allora che riporta questa lapidaria quanto allarmante citazione del premio Nobel Paul Crutzen: “Non si tratta più di noi contro la ‘Natura’. Piuttosto, siamo noi che decidiamo che cosa la natura è e che cosa sarà.”<br />
Bastano poche parole ed ecco che la Natura con la enne maiuscola, vagamente evocativa d’una mente creatrice e di una legge trascendente, è degradata ad una realtà che non ha più nulla di assoluto e stabile, ragion per cui l’Uomo può continuare indisturbato la sua opera per trasformarla a proprio uso e consumo. Ma questa sminuita ‘natura’, quasi del tutto sottoposta all’antropocentrica dominazione umana, secondo il giornalista ed il suo nume ispiratore non avrebbe più alcun bisogno d’essere “preservata”. L’Antropocene esige un drastico cambiamento per l’ambientalismo &#8211; argomenta Walsh &#8211; per cui possiamo ormai buttare in soffitta la vecchia concezione “conservatrice” dell’ecologismo classico, che percepiva le persone come una minaccia all’ambiente naturale.</p>
<p>La sua sconcertante conclusione è la seguente:<br />
La realtà è che nell’Antropocene non c’è semplicemente posto per la natura, almeno quella che abbiamo conosciuto e celebrato – un qualcosa di separato dagli esseri umani, un qualcosa di originario. Non c’è nessun ritorno al Giardino edenico, ammesso che sia mai esistito. Per gli ambientalisti, ciò significherà cambiare le strategie, trovare metodi di conservazione che siano più favorevoli alla gente e che consentano alla realtà naturale di coesistere con lo sviluppo umano. Ciò significa, se non proprio abbracciare l’influenza umana sul pianeta, quanto meno accettarla.</p>
<p>A che diavolo serve buttare un sacco di denaro per preservare gli ultimi esemplari d’ipotetici “ecosistemi naturali” – si chiede retoricamente Walsh – quando abbiamo la prova che la natura stessa, se e quando vuole, dimostra tutta la sua “resilienza”, cioè l’incredibile capacità di recuperare da sola i propri equilibri? L’esempio citato è, ovviamente, quello della parziale auto-riparazione della fascia di ozono ‘bucata’ all’Antartide dalle nostre spensierate emissioni di CFC ma, naturalmente, si omette di precisare che una qualche influenza in questo fenomeno positivo avranno pur avuto le normative che, ormai da decenni, hanno vietato l’utilizzo di queste inutili e dannose sostanze gassose.<br />
Il teorema dell’ambientalismo senza ambiente, a questo punto, è quasi del tutto enunciato, utilizzando in modo specioso proprio una delle argomentazioni degli ambientalisti, o almeno di quelli che da tempo escludono un ecologismo fondamentalista e biocentrico, riconoscendo il giusto valore all’uomo non come centro dell’universo, ma come parte importante di una globalità biologica. Il fatto che egli si sia autodefinito “sapiens”, però, non significa affatto che la sua mente pensante e la sua attitudine ad adattare a sé l’ambiente circostante gli diano il diritto di modellare la Terra a propria immagine e somiglianza.</p>
<p>Essere contrari alla “deep ecology” di chi venera una Natura che prescinde dall’uomo, d’altra parte, non vuol dire ripiombare nel tradizionale antropocentrismo di chi ha sempre cercato ogni pretesto – compresa una lettura superficiale delle Sacre Scritture – per teorizzare il dominio assoluto dell’Uomo sulla natura.<br />
La caratteristica “sistemica” degli ambienti terrestri e la stessa legge della biodiversità ci parlano di armonia, di equilibrio, d’integrazione in una realtà naturale in cui gli esseri umani possono e devono svolgere il ruolo che spetta a chi ha la consapevolezza, e quindi la responsabilità, di una preziosa integrità da salvaguardare.<br />
Come credente, infatti, sono convinto che sia questo il compito di chi è stato posto come “custode” del creato e non come sfruttatore di un bene comune che deve amministrare saggiamente. Ma anche nella prospettiva di un semplice ambientalista, che rifugge da ogni integralismo e non ritiene affatto che l’umanità debba essere nemica della natura o sua vittima passiva, sono preoccupato per la deriva ideologica cui stiamo assistendo, di cui l’articolo citato mi sembra un’evidente dimostrazione.</p>
<p>Alla prima parte (la denuncia) ed alla seconda (la teoria), segue infatti la “pars construens”, cioè l’ipotesi d’un ambientalismo completamente nuovo. Per regolare l’Antropocene – argomenta mellifluo Walsh – c’è bisogno di molto più di provvedimenti che mettano al bando determinate sostanze o attività inquinanti. Ed aggiunge, con un sibilo degno dell’antico &#8220;tentatore&#8221; dei nostri progenitori:<br />
Significa anche promuovere proprio quel tipo di tecnologie cui gli ambientalisti si sono spesso opposti, dall’energia nucleare [...] ai cereali geneticamente modificati, che ci possono consentire di coltivare più sostanze alimentari in meno terreno, preservando spazio prezioso per l’ambiente naturale&#8230;<br />
Qui la mistificazione del Bispensiero e della Neolingua – entrambi profetizzati oltre mezzo secolo fa dal grande Orwell – raggiunge il suo vertice. Per diventare dei neo-ambientalisti – secondo l’editorialista del TIME – dovremmo infatti operare una profonda “conversione”, rinnegando gli spiriti scompostamente antinuclearisti ed anti-OGM del vetero-ecologismo ed abbracciando fiduciosamente il modello di sviluppo che il dio-Mercato ci sta offrendo generosamente. Le coltivazioni geneticamente modificate lasciano più spazio alla natura e le centrali nucleari, sebbene un po’ rischiose, sono la massima fonte energetica priva di emissioni carboniche. Privilegiare le città – prosegue insinuante Walsh – è una scelta ottimale, perché il modello di convivenza urbano, secondo lui, è “&#8230;la sistemazione più sostenibile ed efficiente del pianeta”<br />
Per non parlare poi delle emissioni di gas-serra, che i neo-ambientalisti sono invitati a combattere in modo quanto meno originale, cioè ricorrendo alla geo-ingegneria, e quindi impiegando sistemi come nuvole artificiali o altre diavolerie tecnologiche, capaci di ridurre direttamente la temperatura globale.</p>
<p>La lirica chiusa dell’articolo &#8211; ribaltando opportunisticamente il concetto dell’Uomo-giardiniere del pianeta col richiamo ad un concetto capovolto di “responsabilità” – è il degno coronamento di questo esemplare saggio di manipolazione mediatica delle nostre menti:<br />
Siamo stati felici per l’esistenza di molte delle nostre specie, benedetti dal clima gradevolmente caldo dell’Olocene, abili a disseminare i nostri crescenti numeri lungo un pianeta apparentemente senza limiti. Ma quel tempo è passato, rimpiazzato dall’incertezza dell’Antropocene, che i geologi decidano o meno di chiamarlo formalmente così. Saremo noi a decidere se gli esseri umani continueranno a prosperare o a bruciare, sottomettendo il pianeta lungo il percorso. Può essere una realtà infelice, perché non c’è nessuna che l’Antropocene – affollato da miliardi di esseri umani – sarà favorevole alla vita come lo erano stati i 12.000 anni precedenti. “Noi siamo dei – scrive l’ambientalista e futurista Stewart Brand – e dobbiamo ottenerne il bene&#8221;.</p>
<p>A quanto pare, essere dei buoni ambientalisti, oggi, significa saper scommettere coraggiosamente sulle capacità dell’uomo, accettando il rischio di un ambiente quasi del tutto antropizzato e molto lontano da una &#8220;naturalità&#8221; velata di nostalgico romanticismo.<br />
In questa modificazione genetica del significato stesso di ambientalismo un ruolo non secondario ha giocato l’uso ambiguo del concetto di &#8220;sostenibilità&#8221;, intesa come un astratto richiamo non tanto alla capacità della Terra di resistere all’impronta devastante di uno sviluppo senza limiti, bensì alla capacità dell’uomo di creare uno sviluppo il più possibile durevole e meno dannoso alla sua esistenza.</p>
<p>Come ha recentemente scritto l’amico Antonio D’Acunto: “La questione centrale che dobbiamo porci è quella di cancellare i termini sostenibile, sostenibilità, sviluppo sostenibile dal vocabolario delle Associazioni ambientaliste, [...] a meno che naturalmente non viene specificata, ma non lo si fa mai e come lo si potrebbe quando si propone l’esatto opposto, che la sola sostenibilità, oggettivamente e scientificamente possibile, è quella di processi ed attività umana che avvengono secondo la morale del Pianeta ovvero le leggi della Natura.” (La sciagurata farsa del governo italiano per Rio+20”, marzo 2012).</p>
<p>E’ proprio in nome di una presunta “sostenibilità”, del resto, il nostro governo “tecnico” sta cercando subdolamente di riportare a galla scelte che i cittadini italiani hanno già condannato, come le centrali nucleari e le coltivazioni OGM, giungendo ad ipotizzare pesanti tagli alle energie rinnovabili per rilanciare l’assurda idea di trivellazioni petrolifere in aree di notevole pregio ambientale del nostro Paese.<br />
Far finta di non accorgersi di questa diffusa strategia di mistificazione e di capovolgimento dei principi dello stesso ambientalismo, a questo punto, non è più possibile. L’idea stessa di Antropocene rispecchia solo la fantasia malsana di chi – per coprire gli sporchi interessi di chi sfrutta e inquina – finge di non sapere che l’uomo è parte di un equilibrio ecologico senza il quale ed al di fuori del quale, semplicemente, egli non esisterebbe affatto.<br />
Sì, ha ragione Walsh quando dice che è passato il tempo in cui l’umanità si vedeva contrapposta alla natura, ma solo nel senso che l’unico vero nemico dell’uomo è l’uomo stesso e la sua arrogante presunzione di perseguire uno sviluppo illimitato quanto irresponsabile.</p>
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		<title>Rinnovare il nostro intimo rapporto con ciò che ci circonda</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 16:37:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia Profonda]]></category>

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		<description><![CDATA[di Riccardo Oliva A sentire giornali, tv, opinionisti, letture new age o catastrofiste e il solito ciarpame di frasi fatte e personaggi, che “al momento più opportuno” , si trasformano da abili affaristi in sensibili amanti del verde (lo stesso &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/05/06/rinnovare-il-nostro-intimo-rapporto-con-cio-che-ci-circonda/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Riccardo Oliva<br />
<a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/05/Walden_Pond-_2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-306" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/05/Walden_Pond-_2-300x225.jpg" alt="" width="268" height="200" /></a>A sentire giornali, tv, opinionisti, letture new age o catastrofiste e il solito ciarpame di frasi fatte e personaggi, che “al momento più opportuno” , si trasformano da abili affaristi in sensibili amanti del verde (lo stesso colore che sanno maneggiare con doviziosa cura in altre sedi), sembra che il modello per risolvere la sfida presente legata all’ambiente, sia semplicemente porre più attenzione civica, migliorare la nostra educazione, offrire tecnologia pulita ecc. ovvero rientrare in quel cliché moderno e benpensante apparentemente visto come l’unica salvezza per salvare il pianeta che ci ospita. La posta in gioco è altissima ed è sapientemente unita ad una sorta di “attesa messianica”, in cui la soluzione sarà quando il cancro uomo la farà finita di infettare Madre Natura, o quando questa al momento giusto spazzerà via tutta la nostra arroganza antropocentrica.<span id="more-301"></span><br />
In una situazione del genere in cui si può dire tutto e il contrario di tutto, possono anche riaffiorare idee in cui la Terra deve essere intesa come un essere vivente. Ciò non si discosta tanto da una visione che vede in un alveare e in un formicaio, microcosmi perfettamente inseriti in un contesto fisico e metafisico, dove è ben presente a tutti i propri componenti come siano caratterizzanti le gerarchie, le ripartizioni differenziate di funzioni, la coesione e partecipazione comunitaria, presenti in strutture così complesse; lo stesso può quindi riassumersi per un pianeta formato da quei 4 elementi (Terra Aria Acqua e Fuoco) e 96 elementi chimici che sono le fondamenta e la costituzione di tutti gli esseri, noi compresi. Se sviluppassimo queste chiavi di lettura, ci si potrebbe reintegrare con l’ambiente, armonizzare e interagire con esso in un modo consono allo stato raggiunto dalla rispettiva e intima natura di ognuno e dal modo che essa ha di sentire un “qualcosa”.<br />
Certamente da quando il dogma del materialismo storico e il mito del benessere, hanno intaccato ogni angolo della nostra vita, non vediamo più la Natura come “fonte” per abbeverarsi, ma come “risorsa” da spremere perbene e da offrire su un piatto, non per il bene della collettività, bensì per accontentare i servitori di Mammona, che così ne possono succhiare il sangue, sprecarne l’energia, desacralizzarne i simboli e depredarne le ricchezze.<br />
Il teatrino in cui si affrontano le tematiche ambientaliste parte sempre da questo punto: arricchirsi con la Natura anziché un do ut des della nostra coscienza individuale rispetto ad uno specchio della coscienza universale. Occorre ripartire da una concezione alta, che abbia in sé una capacità operativa e reattiva atta a ristabilire l’ordine interrotto, creando situazioni nuove e idee rivoluzionarie, che riconoscano l’insieme e non il parziale, che accettino che tutte le “creature”, anche se su piani differenti, sono figlie del nostro stesso mondo spirituale, dove coesistono in base ad un fato che gli ha assegnato un posto non casuale. Per intervenire è per risolvere con coerenza i problemi cui oggigiorno la Natura è costretta a subire, è opportuno rinnovare il nostro modo di sentire. Chi incarna questa visione deve comprendere di avere una responsabilità fatta di saldi principi “superiori” che siano la base necessaria per poi adoperarsi pragmaticamente su livelli “inferiori” o materiali, in cui l’ambiente è solo un tassello di un mosaico percepibile solo con un’esperienza diretta e vissuta.<br />
Oggi si inizia a sentire necessità ad occuparsi dell’amore e del rispetto per gli animali, per le piante, per i minerali che popolano questo pianeta. Forse ci si è accorti che predare ciecamente ed egoisticamente Madre Terra, potrebbe portare a ferire anche il nostro stesso spirito, che qualcuno pretende di conoscere senza la dovuta umiltà e senza mezzi a disposizione per svelarne il segreto. Tutto questo però viene fatto e detto in maniera confusa, quasi sognante e troppo sentimentalistica, poco attento a percepire che è solo con un’intesa tra cuore e mente che potrà esserci un miglioramento graduale per affrontare tutte le problematiche in questione.<br />
Bisognerebbe che gli ostacoli che ci si pongono dinanzi, siano accettati come un sano “confronto stimolante”, che permetta ai nostri sensi di agire, anziché dormire beatamente ed in modo alquanto pigro. Le sfide che ci si presenteranno e che dovremo cavalcare, dovranno considerare sempre più marcatamente le cose “elementari”, cioè semplici, che permettano così di tornare ad uno stile di vita consono all’abito che indossiamo e che inizia a starci troppo stretto.<br />
La differenza per ognuno sarà nella risposta che si vorrà dare a ciò che regola e gioca con le nostre vite: ci si potrà porre in un agire attivo e “sveglio” con quegli elementi o si dovrà subire in modo passivo e “dormiente” quelle sue forze.<br />
Nel nostro mondo duale, il “male” tende a diminuire le nostre forze vitali, cercando di non farle giungere attraverso varie fasi, ad un suo completo sviluppo; per ottenere questo usa come strumento ciò che vuol far credere sia il “bene” e che invece sembra risultare molto più lontano da ciò che dovrebbe aiutare a difendere la Natura da un attacco indiscriminato fatto di elevato inquinamento, distruzione genetica, onde elettromagnetiche, cibi morti e privi di energie, farmaci debilitanti, tecnologie distruttive per gli ecosistemi, manipolazioni dei media sotto schiaffo di volgari interessi etc. Questo avviene perché non riesce a mascherare quella matrice deterministica e meccanicistica presente nell’attuazione di tutti i suoi obiettivi. L’ambiente da qualsiasi prospettiva, sia a difesa che a sfruttamento, rimane pur sempre come un qualcosa di esclusivamente riservato agli utilitarismi umani o umorali e non quindi seguendo l’esempio delle sue inalienabili leggi che sono sempre presenti a ricordarcelo visibilmente o invisibilmente in ogni attimo della nostra vita o cercano di continuo di insegnarci attraverso le miliardi e miliardi di pagine viventi e non scritte che ci circondano. Forse questo senso di incomprensione che si applica rigorosamente al nostro ex-sistere sempre più virtuale, che sta privando e svuotando di tutto migliaia di individui, non è frutto di un “caso” ma fa parte di un processo che permea tutte le cose “nascono”. Dietro la nostra attuale crisi esistenziale e valoriale, dovremmo comprendere a quanta distanza siamo arrivati dalla natura, a prescindere dal fatto di abitare in campagna o dal vivere costretti ad una giungla d’asfalto. Siamo talmente staccati da queste forze, da non percepire più che anche ciò che ci circonda prima o poi finirà, con o senza uomo, allo stesso modo di come anche gli Dèi prima o poi “muoiono”. Accettare di terminare un percorso, vivendo pericolosamente e intensamente anche i cambiamenti continui e degenerativi in cui spesso finiamo, è una cosa che terrorizza questo mondo moderno, sempre intento ad allungare una fine che tanto ciclicamente lo colpirà come del resto capita a qualsiasi essere soggetto al tempo.<br />
Non è quindi la troppa CO2 nell’aria o la mancanza di oro blu il vero problema, questo è un piano decisamente di poco conto rispetto alla chiave risolutiva dell’attuale situazione di criticità.<br />
Il bisogno interiore e metafisico che il nostro livello di coscienza richiede, sta già riapparendo nell’intimo di molti popoli e ovviamente gli adoratori del Dio Profitto hanno fiutato il rischio, e per evitare di far spostare la gente su una prospettiva verticale e nobile dell’esistenza, hanno creato un falso ambientalismo, corrotto e di facciata che non ha alcun interesse ad agire e a salvaguardare gli equilibri naturali, perché le risorse della terra sono troppo appetibili per la sua filosofia di vita opulenta. L’unico obiettivo dei nostri politici ed ecologisti dell’ultima ora è salvaguardare la sostenibilità degli aspetti economici della Terra, partner indispensabile di un contratto che non ha mai firmato.</p>
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		<title>Il Manifesto Ambientalista: cosmovisione del Pianeta Azzurro, la Mamma Terra</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 09:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A tutti gli esseri viventi differenti alla razza umana, che d’ora in poi “apellidaremos”, gli «humánidos», che essendo del regno animale o vegetale, ci accompagnano in modo essenziale nella fantastica avventura sul pianeta Terra: il Pianeta Azzurro, la Mamma Terra, &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/04/30/il-manifesto-ambientalista-cosmovisione-del-pianeta-azzurro-la-mamma-terra/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/PACHAMAMA.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-302" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/PACHAMAMA-300x246.png" alt="" width="241" height="201" /></a>A tutti gli esseri viventi differenti alla razza umana, che d’ora in poi “apellidaremos”, gli «humánidos», che essendo del regno animale o vegetale, ci accompagnano in modo essenziale nella fantastica avventura sul pianeta Terra: il Pianeta Azzurro, la Mamma Terra, Hallp`amama o Pachamama.<br />
Ai sette miliardi di esseri umani, registrati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite all’inizio del secondo decennio del secolo XXI, e a quelli che nasceranno nei prossimi anni. Siamo categorici nel definire l’ambientalismo di oggi come il sacro rispetto per il dono della vita, l’eredità per coloro che vengono. È la ricompensa con il più profondo amore alle nostre due madri, quella biologica e quella naturale (Mamma Terra, Hallp`amama o Pachamama). Il riconoscimento a coloro che sono stati i nostri genitori: alberi, montagne, fiumi, laghi, cielo.<span id="more-297"></span></p>
<p>È proteggere ai fratelli non-umani: invertebrati, vertebrati, anfibi, il regno vegetale. È chiedere perdono per coloro che sono stati uccisi o rubati per allungare la nostra vita. È la lotta per la vita che dà senso alla vita. È l’opposto alla crudeltà, all’avidità. È la via della pace spirituale, senza sensi di colpa. È l’ultima utopia.</p>
<p>Un ambientalista ha come missione di vita re-immaginare il mondo, capire e far capire che tutte le specie che lo abitano hanno il diritto alla vita, e anche nell’ultimo secondo o battito di cuore, dobbiamo difenderla con tenacia. Accettare l’esistenza dell’«altro», è il primo impegno. Il quale noi comprendiamo e rispettiamo. L’«altro» può essere una persona che la pensa diversamente da noi, con differenti religioni, status sociale, razza. Ma anche lì devono essere incluse, naturalmente, le diverse specie animali, vegetali, ecosistemi, habitat, l’acqua, l’aria, la terra su cui andiamo tutti i giorni.</p>
<p>Il pensiero ambientalista è stato creato in America, l’America ha lanciato al mondo il SOS dell’ambientalismo. America come un continente, porta nei suoi geni una cosmovisione ambientalista, che proviene dai loro antenati indigeni, e nel secolo XX , le prime azioni che hanno interpretato coraggiosamente la difesa della natura, nascono dalla “zaga” di Greenpeace, a Vancouver, a ovest di Canada.</p>
<p>Ambientalisti hippies, hanno attirato l’attenzione del mondo per protestare con indipendenza, senza compromessi con i partiti né legami con ideologie esistenti, gli esperimenti nucleari nel Pacifico. Poi l’intolleranza e la persecuzione, di chi hanno governato il paese in quella epoca, hanno costretto alla maggior parte dei suoi fondatori a rifugiarsi in Europa. Era troppo sospettoso, durante la Guerra Fredda, protestare per difendere il pianeta.</p>
<p>La proposta ambientalista, non è la terza via, non è il vestito nuovo di una sinistra o una destra che vedono accorciate le loro offerte elettorali. Né, è un culto o una nuova religione. Oggi è l’unica via, per valorizzare la vita. Viviamo nuove realtà che richiedono ad urla nuove strategie. È ripensare un cambiamento nel nostro contratto sociale settario per un contratto naturale inclusivo. Abbiamo bisogno di codici etici globali. Modificare, cambiare il conservatore “senso comune” per un senso ambientale.</p>
<p>L’essere umano ha la capacità di reinventarsi se stesso e il pianeta richiede di questa metamorfosi, l’intelligenza per sommare sforzi e “sapienze” specifiche, generali, proprie, imparate o empiriche, ma tutte con un solo obiettivo comune, preservare la Terra. Essere un ambientalista è una posizione di compromesso, ferma e attivista. Non è comportarsi come lo struzzo, che davanti alla incomprensione o al pericolo mette la testa in un buco per sfuggire alla realtà. Proteggere le specie -humanus e humánidos- nella natura, è la sfida.</p>
<p>L’antica lotta tra la civiltà e la Terra, dovrebbe scomparire radicalmente, sostituirla con la convivenza amorevole, equivalente, mutuamente aportativa tra la Terra e la civiltà -la pace fertile- per salvaguardare il più grande miracolo del Pianeta Azzurro: l’esistenza.</p>
<p>In questo sforzo titanico dei migliori uomini e le migliore donne per cambiare il corso del destino del mondo, per rimuoverlo dal futuro disastro nel quale lo ha portato la follia umana, confluiscono -a livello scientifico, artistico, poetico, filosofico, umanistico- gli ambientalisti, coloro che lavorano per proteggere la natura, intesa come la diversità di flora e fauna, la bellezza dei paesaggi naturali, un privilegio di cui gode la specie umana, come un luogo di svago, ricreazione e contemplazione che deve essere rispettato così come è stato ereditato nel corso della storia</p>
<p>Gli ambientalisti come attivisti che chiedono una reciprocità attiva e feconda tra l’uomo e l’ambiente, un rapporto generazionale, che non sia basato su un modello di sfruttamento irrazionale e distruttivo delle risorse. Radicali nella difesa del diritto al godimento della vita di tutte le specie.</p>
<p>Questo manifesto conclude con la proposizione di cinque faccende primarie generali che deve realizzare l’ambientalista:<br />
o Liberare lo spazio in cui viviamo: la casa o un appartamento il più possibile dell’inquinamento ambientale (la preparazione per il riciclaggio dei rifiuti, risparmio energetico, gestire bene l’acqua, mantenere l’ornamento).<br />
o Il monitoraggio del settore urbano in cui viviamo: rivitalizzare gli spazi verdi (giardini, i viali, piazze, parchi). Riportare gli sversamenti di acqua potabile. Combattere l’inquinamento acustico, ecc.<br />
o Fare pressione: ogni ambientalista può portare a gli enti governativi (comuni, consigli comunali, consigli legislativi, governi, ministeri, ecc.) le loro proposte, reclami e suggerimenti.<br />
o Divulgare: tutti gli ambientalisti dovrebbero usare i mass media a sua disposizione (stampa, radio, televisione, social network, aule, spazi universitari). Per realizzare tutto ciò che è stato indicato nelle sezioni precedenti così come nuovi contributi e idee.<br />
o Lo strumento politico: l’ambientalista assumerà, se necessario, funzioni politiche forti per proteggere l’ambiente. Senza paura.</p>
<p>Gli ambientalisti del mondo, ci impegniamo attraverso questo manifesto per compiere le sette azioni sacre per salvare la Terra:<br />
o Piantare alberi.<br />
o Proteggere gli animali e la flora.<br />
o Gode il piacere dell’aria.<br />
o Rispetta l’acqua.<br />
o Amministra il fuoco.<br />
o Ama la Terra e la Mamma Terra, Hallp`amama la Pachamama.<br />
o Ama la vita.</p>
<p>Difendiamo con tutta la forza dei nostri muscoli, il nostro pensiero, il nostro sentire di patria in cui siamo nati alla Madre Patria, dove ritorneremo per il viaggio attraverso l’abisso dell’eternità: il Pianeta Azzurro, la Mamma Terra, Hallp`amama o Pachamama.</p>
<p>Fundación Azul Ambientalistas<br />
Lenin Cardozo – Hugo E. Méndez U.</p>
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		<title>I cervi del Cansiglio? Un capro espiatorio per scelte sbagliate</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 17:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia Profonda]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paolo Scroccaro Proteggere il territorio, ma da chi? Deforestazione, desertificazione, degrado dei terreni, riduzione della biodiversità sono temi di straordinaria importanza e vanno affrontati con impegno e serietà, perché fanno parte delle più inquietanti emergenze del momento: in genere, &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/04/22/i-cervi-del-cansiglio-un-capro-espiatorio-per-scelte-sbagliate/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Paolo Scroccaro<br />
<a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/cervi-cansiglio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-298" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/cervi-cansiglio-300x233.jpg" alt="" width="266" height="209" /></a>Proteggere il territorio, ma da chi?<br />
Deforestazione, desertificazione, degrado dei terreni, riduzione della biodiversità sono temi di straordinaria importanza e vanno affrontati con impegno e serietà, perché fanno parte delle più inquietanti emergenze del momento: in genere, scienziati ed esperti concordano nel ricondurre quanto sopra alla crescente pressione antropica sul mondo naturale (urbanizzazione, disboscamenti, agricoltura intensiva, industria della carta e così via). Al fondo di tutto questo, una sfrenata spinta consumistica e produttivistica che non conosce il senso del limite. Anche nel Cansiglio, la vasta foresta ai confini tra le province di Treviso, Belluno e Pordenone, affiorerebbero problemi del genere: secondo gli operatori forestali, ci sarebbe il rischio della distruzione della foresta e della perdita di biodiversità. Colpa della cementificazione? Della pressione turistica? Dei campi da golf? Degli impianti sciistici? Neanche per sogno, nel Cansiglio la colpa sarebbe dei 3000 cervi che vi abitano,<span id="more-293"></span><br />
e che avrebbero il difetto di mangiare arbusti, foglie, germogli e quant’altro (come se questo fosse un abuso), danneggiando per di più anche le aziende agricole del posto, che pretendono i risarcimenti (50.000 euro nel 2010). Perciò bisogna dimezzarne la popolazione tramite abbattimenti: questo è quanto previsto nel “Piano di controllo del cervo nel comprensorio del Cansiglio 2011-2013”, approvato dalla Regione Veneto e dall’ISPRA (Istituto Superiore per protezione e ricerca ambientale).</p>
<p>L’uccisione dei cervi (specie le femmine ed i piccoli sotto i 12 mesi), naturalmente in nome del bene comune, dovrebbe iniziare dopo Pasqua. Per il 21 aprile 2012 è previsto addirittura un ennesimo convegno, a cura di Veneto Agricoltura, per focalizzare i danni provocati dai cervi. A quanto pare, ci si preoccupa di frenare e controllare la presunta distruttività dei cervi, in nome della protezione del territorio, della biodiversità, delle aziende locali… Ma se questo è il nobile scopo, non sarebbe meglio prendersi cura del territorio impegnandosi su ben altri fronti? Per esempio, si potrebbe ridiscutere il progetto di megacementificazione noto come VenetoCity; per esempio, si dovrebbe contrastare l’espansione dell’aeroporto di Treviso, che è pericolosamente situato in mezzo alle abitazioni (oltre che nel Parco del Sile); per esempio, si dovrebbe impedire l’attuazione del polo agro-industriale di Barcon di Vedelago, che tra l’altro prevede la nascita del più grande macello di bovini d’Europa, sottraendo all’agricoltura 90 ettari di terreno, per il profitto di qualcuno… Altro che i danni causati dai cervi (o, in altre occasioni, dai cinghiali, dai caprioli, dagli orsi…), che in confronto sono niente! Eppure, aziende agricole e allevatori proprio di questo si lamentano ripetutamente: ed invece dovremmo essere noi a lamentarci di loro (il riferimento è soprattutto alle grandi aziende), dato che, come ha calcolato il noto economista Joseph Stiglitz, l’allevatore europeo riceve dai singoli stati e dall’Unione Europea più di 2 dollari di sussidi al giorno per ogni capo di bestiame! Sussidi e agevolazioni varie che riguardano anche le promozioni commerciali, i trasporti, i risarcimenti di ordine sanitario, i premi per la macellazione, il burro, il latte, i formaggi, i mangimi… senza contare poi i sussidi per lasciare i campi incolti, e quelli volti ad incentivare certe produzioni piuttosto che altre; sovvenzioni che almeno in parte si aggiungono a quelle calcolate da Stiglitz. Si tratta di soldi pubblici, anche nostri, che vengono dirottati in continuazione verso attività che dovrebbero essere sanzionate e non sovvenzionate, come vanno sostenendo da tempo gli economisti più innovativi: questo perché agricoltura industrializzata e allevamenti sono ormai unanimemente riconosciuti come le attività più impattanti ed inquinanti, responsabili di elevatissimi costi ambientali che non ricadono sugli attori principali, ma sull’intera comunità (in gergo economico, si parla di “esternalizzazione dei costi”, il che configura un’insopportabile ingiustizia sociale, che si sovrappone ad altri risvolti etici: è come dire che chi rompe non paga, perché qualcun altro sarà obbligato a pagare).</p>
<p>L’antropocentrismo e la pressione sugli ecosistemi<br />
Come spiegare, ciò nonostante, i ricorrenti piagnistei di agricoltori e allevatori contro<br />
la fauna selvatica? La base di questo atteggiamento e altri simili è costituita da una rozza visione del mondo, da un’etica antropocentrica pretestuosa e prepotente, che dà per scontate troppe cose: si ritiene a priori che il mondo intero sia sicuramente fatto per gli umani, i quali vorrebbero poter disporre di tutti gli altri esseri a piacimento; ed ogni qualvolta cervi o cinghiali o orsi mettono in discussione questo assunto unilaterale, scoppiano proteste degne di migliori cause e si organizzano perfino i convegni dedicati!<br />
A coloro che nei convegni o sulla carta stampata pontificano su quanto è nociva la selvaggina, come minimo dobbiamo ricordare quanto segue: Peter M. Vitousek, un illustre scienziato indipendente (ma potremmo citarne molti altri) ha documentato in alcuni studi l’intensità crescente delle pressioni esercitate dagli umani sugli ecosistemi, che ha il merito di offrire una visione d’insieme delle principali alterazioni dovute al dominio sulla natura (la pubblicazione sintetica di riferimento è intitolata Human Domination of Earth’s Ecosystems, a cura di Vitousek – Mooney – Lubchenco – Melillo). Ragionando globalmente, se ne ricava che la pressione umana (non quella di altre specie) è diventata intollerabile e pericolosa, poiché lo spazio vitale per gli esseri nonumani è stato ridimensionato o alterato oltre misura, così da rendere impossibile un’armonia tra l’uomo e tutto il resto: il caso dei cervi del Cansiglio, per essere valutato con obiettività, deve essere collocato in questo contesto, che in generale è quello di un’antropizzazione aggressiva e sconsiderata, che nel tempo ha stravolto vecchi equilibri. Bene ha fatto perciò l’europarlamentare Andrea Zanoni a sollevare il caso chiedendo soluzioni alternative alla carneficina e protestando presso i ministri Clini e Catania, il Corpo Forestale dello Stato e la Commissione Europea.</p>
<p>Herman Daly (uno dei maggiori economisti viventi) e il suo collaboratore J.B.Cobb, commentando le sopra citate ricerche di Vitousek, hanno osservato che quindi l’uomo [non il cervo – n.d.a.] deve assolutamente ridimensionare la scala delle sue attività economiche, per lasciare maggiori chances e più energia, “a disposizione di tutte le specie non umane non addomesticate”. Per arrivare a tanto, aggiungono, è indispensabile imparare a condividere il territorio con le altre specie, come avveniva in passato: perché non ragionare su questa indicazione strategica, dall’alto valore civile ed educativo, invece di alimentare aggressività e prepotenza, arrogandosi il diritto di pianificare a colpi di fucile l’esistenza di altri esseri?</p>
<p>Si può gestire la natura a colpi di pianificazione?<br />
Coloro che sostengono tesi incentrate sulla pianificazione violenta della selvaggina, dovrebbero sapere che idee del genere andavano di moda negli Stati Uniti nella prima metà del 1900, là dove la scienza forestale credeva di poter razionalizzare la gestione delle risorse forestali (inclusi gli animali selvatici) secondo criteri di efficienza funzionali all’interesse umano. In tale contesto il noto Aldo Leopold divenne nel 1933 il primo docente universitario di “Gestione della selvaggina”, e lui stesso sostenne proposte di abbattimento programmato, nella convinzione che l’uomo tecnologico potesse gestire il mondo naturale meglio della natura stessa, decidendo chi far vivere e chi no, e quando e come. Ma tale esperienza, culminata nell’esclusione (leggi “sterminio”) dei grandi predatori dalla “piramide biotica”, risultò fallimentare, generando squilibri ingovernabili, e Leopold dovette ammettere che la pretesa dei pianificatori di sostituirsi ai cicli ed ai ritmi della natura era del tutto velleitaria e fuori posto: la conversione di Leopold all’ecologia radicale e all’etica della Terra iniziò da esperienze del genere, esperienze di cui anche oggi gli enti competenti dovrebbero tener conto, invece di avventurarsi in scorciatoie semplicistiche studiate a tavolino (nel caso del Cansiglio, la decimazione dei cervi), che se tutto va bene faranno la felicità di qualche azienda locale e di alcuni ristoratori (che secondo i giornali potranno così acquistare la carne di cervo a 7,5 euro al kg). Così come dovrebbero tener conto degli studi più avanzati in materia di gestione forestale, di economia ecologica e di sussidi perversi (inclusi quelli agli allevatori): eviterebbero scelte frettolose ed avventate, di cui un giorno pentirsi, e si creerebbero i presupposti culturali per politiche ecologiche lungimiranti a difesa del paesaggio e degli equilibri naturali, in vece di cercare un facile capro espiatorio nei cervi, come vorrebbero i ragionieri della pianificazione.</p>
<p>In conclusione: invece di organizzare un convegno discutibile e di ristretto orizzonte culturale contro i cervi, perché non organizzare un convegno, questo sì meritevole di attenzione, su quanto suggeriscono scienziati come Daly e Vitousek, cioè sull’impatto eccessivo dell’antropizzazione e sugli errori di politiche ambientali insipienti, che stanno provocando la più grande devastazione della Terra che mai sia stata esperita?<br />
Da qui, si potrebbero ricavare indicazioni costruttive per una rinnovata armonia tra<br />
uomo e natura.</p>
<p>13/04/2012</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ambiente, economia e spiritualità</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 08:38:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia Profonda]]></category>

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		<description><![CDATA[di Enzo Parisi Per comprendere compiutamente cos’è l’ Ecologia profonda, bisogna avere chiari 4 concetti difficili da digerire: 1) La vita è un essere collettivo. Ogni essere vivente è come la cellula di un organismo unico. I più ottimisti possono &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/04/14/ambiente-economia-e-spiritualita/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Enzo Parisi<br />
<a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/Strapiombo-sul-mare-mini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-294" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/Strapiombo-sul-mare-mini-300x231.jpg" alt="" width="249" height="193" /></a>Per comprendere compiutamente cos’è l’ Ecologia profonda, bisogna avere chiari 4 concetti difficili da digerire:<br />
1) La vita è un essere collettivo. Ogni essere vivente è come la cellula di un organismo unico. I più ottimisti possono pensare che noi forse siamo i neuroni.<br />
2) Tutto è collegato: si passa da un approccio riduzionista a una visione olistica. Siamo abituati, specialmente noi biologi, a partire dal concetto di specie. Anche i medici specialisti e gli scienziati hanno spesso una visione analitica anziché globale. Tutto sbagliato.<br />
3) L’uomo è parte di questo essere collettivo alla pari con tutti gli altri esseri viventi. Non è speciale né sovra ordinato.<br />
4) Il complesso vitale è il primo soggetto da tutelare prima ancora della nostra specie: si passa da antropocentrismo a ecocentrismo.<span id="more-289"></span> </p>
<p>Se noi partiamo da questi concetti, da questa rivoluzione copernicana della visione del mondo, derivano automaticamente le risposte agli eterni quesiti tipo Chi siamo, perché siamo qui, quale è lo scopo della nostra vita, cose che ci chiediamo da sempre, e spesso sono causa di crisi, di ansia.<br />
Le risposte diventano semplici.<br />
Noi siamo una delle tante forme in cui la vita si manifesta. In particolare siamo una scimmia. Siamo qui perché siamo uno dei prodotti della differenziazione della vita, che ad un certo punto, circa 4 miliardi di anni fa, si è generata. E lo scopo della nostra vita è in fondo quello che si fa in famiglia con i figli, oppure in compagnia con gli amici veri: si sta bene con loro, e se necessario li si protegge e difende.<br />
Il nostro scopo è quindi partecipare al gioco della vita, ognuno per la propria parte e partecipare gioiosamente perché la vita è piacevole, altrimenti non ci sarebbe: la vita fa accompagnare i gesti principali col piacere: l’atto procreativo e la bellezza dei bimbi, una giornata di primavera, stare a casa, cioè nel bosco, nei prati, al mare, all’aperto e non fra quattro mura, perché è da là che noi veniamo. E non commettiamo l’errore di sottovalutare questa istanza in un mondo dove la mentalità comune indica come valore la sofferenza e la volontà rispetto alla calma.<br />
E l’altro scopo è lasciar procedere la vita nel suo complesso, senza stravolgerla, e proteggerla soprattutto dagli egoistici interessi umani, rispettando quindi ciò che è: la composizione dell’acqua, dei mari, dell’aria, del suolo, la biodiversità.</p>
<p>Cosa oggi minaccia la vita? Cosa toglie gioia e stravolge la natura? Cosa rende la vita così incerta del proprio futuro?<br />
Che l’uomo è in questa fase storica un animale impazzito, come i lemming, che sono dei topastri delle regioni Artiche, o le cavallette, che si riproducono molto velocemente e percorrono devastando interi territori e alla fine si buttano in mare o muoiono tutte.<br />
L’uomo sta distorcendo in modo pericoloso il flusso spontaneo della vita in particolare a causa di un modello di economia deviante e incompatibile con i limiti di un pianeta finito, sferico, modello caratterizzato da economicismo, crescita, finanziarizzazione, globalizzazione, che porta :<br />
o Alla distruzione degli ambienti naturali, delle stesse risorse naturali, dei supporti necessari alla vita (qualità e fertilità dei suoli, effetto serra, inquinamento diffuso e inarrestabile da prodotti chimici cancerogeni e generatori di altre malattie, perdita di biodiversità, problema dell’impronta ecologica).<br />
o Al Pensiero unico, mentre è importante che esistano diverse concezioni del mondo, e alla diffusione planetaria del pensiero economicista, scientista, razionalista, sviluppista e tecnicista, che tende a trasformarci in automi stupidi che producono e consumano e che tende a negare il valore della natura, dei rapporti umani e sociali e della nostra interiorità.<br />
o Ad un Sistema sociale pieno di disuguaglianze, e le disuguaglianze generano competizione e la competizione consumismo o guerra.<br />
o Al degrado in generale del pianeta, dovuto anche al fenomeno della sovrappopolazione: 7 miliardi di umani.<br />
Ecco, noi dobbiamo fare in modo che una specie bella e interessante e intelligente come l’uomo non finisca così, come i lemming e le cavallette e soprattutto non faccia “Terra bruciata” della vita sul pianeta.</p>
<p>E allora a questi problemi bisogna porre rimedio attraverso un nuovo modello economico &#8211; sociale:<br />
o cambiare sia le politiche economiche che gli stili di vita e di consumo, ricostruendo una economia reale e non finanziaria, rilanciando il localismo e abbandonando la globalizzazione<br />
o ripartire dalla Terra e soprattutto dalla terra più vicina: agricoltura locale, prodotti locali, monete locali, Kilometro zero, aumento della resilienza, agricoltura contadina, orti urbani, e anche energia autoprodotta e riannodare i fili della compenetrazione con la natura, deviata dalla città e dal fenomeno della urbanizzazione<br />
o rilanciare la socialità, il rapporto collaborativo anziché competitivo con gli altri uomini e riprenderci la politica e la democrazia, oggi in mano ai grandi gruppi finanziari, che nulla sanno dai loro ovattati uffici, dei cicli della natura. Per loro il verde non è il colore delle foglie ma quello dei dollari.</p>
<p>E qui possiamo capire perché il termine Ecologia Profonda.<br />
L’ecologia vera, quella che difende veramente la vita e la natura, non è quella di superficie, che non esce da una logica antropocentrica e viene a mediazioni col sistema economico (sviluppo sostenibile), ma quella che può definirsi profonda, sia perché ritiene che siano necessari cambiamenti notevoli del sistema economico, e quindi bisogna agire a monte, sia perché ritiene che l’ecologia dobbiamo viverla col cuore, perché l’ecologia è un sentimento profondo, è una parte del legame tra l’uomo e la Terra, che ci dice che tutto è collegato, che non possiamo danneggiare una parte senza danneggiare il tutto, che facciamo parte di un unico Organismo (l’Ecosistema, o la Terra) insieme a tutti gli altri esseri viventi, che se noi distruggiamo o danneggiamo la natura, causiamo un danno anche per noi e che la natura è nostra sorella e mamma.</p>
<p>Le azioni che bisogna intraprendere sono imponenti ma non tali da farci sentire impotenti. Sono azioni che bisogna che facciamo insieme agli altri, per fare massa critica, per contrarre naturali e simpatiche alleanze.<br />
Ma quando agiamo con gli altri, non dobbiamo essere passivi e neanche leader, ma dobbiamo dare il nostro personale contributo.<br />
E allora bisogna che ognuno di noi costituisca un buon esempio di vita saggia e intelligente e si apra al confronto e alla collaborazione con gli altri da persona consapevole, forte e preparata, che sappia ciò che vuole e conosca abbastanza se stesso per sapere cosa può offrire di specifico alla collettività.<br />
Una persona che è forte delle proprie idee, sa suggerire proposte e sa trasformarle in attività. Potremo così anche scoprire, in un clima di non competizione, la bellezza di ritrovarsi tra persone in vera e profonda sintonia, e la forza che questo dà.</p>
<p>Allora cosa può fare ciascuno di noi? Una serie di atti rivoluzionari. Almeno quattro.</p>
<p>Ripartire da noi. Essere noi stessi.<br />
Quello che ho capito è, dopo aver frequentato organizzazioni, sociali, politiche, amministrazioni pubbliche e visto buoni e cattivi esempi, che l’atto veramente rivoluzionario ed efficace è ripartire da noi e dalla nostra vera natura, personale e relazionale.<br />
Se andiamo a trovare il nostro io, nascosto e offuscato, troviamo la scimmia, il rettile, il pesce, il batterio primordiale, il tutto, ma anche la nostra particolarità individuale. Non lasciamo ad altri la guida della nostra esistenza. Ribelliamoci a essere in una città che si può chiamare Anestepolis (la città dell’anestesia). Siamo noi i protagonisti di noi stessi. E una volta che abbiamo capito chi è ciascuno di noi, dobbiamo seguire la strada con decisione, forti dell’essere nel giusto, perché la vita vuole che si seguano le nostre predisposizioni naturali, ed è questo il motivo per cui ci ha fatti tutti diversi, anzi biodiversi.<br />
Non essere schiavi, ma far uscire quello che si è. Cercare la felicità di essere se stessi. Uscire dai condizionamenti culturali e educativi di un pericoloso modo di pensare, materialista, consumista ed economicista, che ha ristretto la nostra libertà e ha deviato la nostra naturale indole.</p>
<p>Partecipare alla vita con gioia.<br />
Anche questo è un atto rivoluzionario. La cultura corrente spesso invita al sacrificio, al senso del dovere, la religione cristiana presenta un Dio crocifisso, e predica la sopportazione, con compenso delle pene nell’al di là.<br />
Ma ogni essere, umano e non, deve cercare di essere felice ora, perché la vita vuole che tutte le creature siano felici, altrimenti si ammalano e muoiono. E’ la felicità che le tiene in vita. Quindi la felicità è funzionale alla continuazione della vita; senza la gioia, tutta la vita appassisce e scompare.<br />
E’ evidente che ognuno ha un suo diverso modo di divertirsi e di trovare il piacere di vivere. Però ci sono alcuni aspetti che mi sento di raccomandare.<br />
Coltivare le Relazioni: Tenere un comportamento lietamente sociale, curando i rapporti umani, la famiglia, gli amici, gli aspetti divertenti della vita, ciò che ci dà pace e letizia.<br />
Riprendere il contatto con la natura. Esistono e vanno promosse un insieme di pratiche di ritorno alla natura e di ripresa dei contatti con se stessi, (coltivare ogni tipo di spiritualità, andare a piedi, passeggiare nel bosco, farsi l’orto, camminare a piedi nudi) che aiutino l’uomo a ritrovarsi e a vivere meglio la propria esistenza insieme alla natura di cui fa parte.</p>
<p>Seguire un’etica ecocentrica<br />
Una efficace difesa della natura comporta una nuova etica. Allora penso che tutti gli esseri umani dovrebbero darsi quella che si definisce un’etica ecocentrica, che pone cioè l’ambiente al centro di tutto.<br />
Si tratta di guardare il mondo con gli occhi della natura.<br />
Una etica ecocentrica è fondata su 2 elementi cardine, ma carichi di conseguenze pratiche di notevolissima portata.<br />
1) Stare nella logica della vita e non ostacolarla. Ogni essere deve avere un senso di accettazione dei meccanismi naturali ed eterni della vita, tra cui la difesa dai pericoli anche potenziali, l’autoaffermazione, l’importanza della diversità specifica ma anche intraspecifica (tutti gli uomini non sono uguali ma sono diversi e hanno diverse abilità), il valore della riproduzione (riconoscerle un premio) e della giusta istruzione dei figli (che sottovalutiamo), il rispetto del ciclo della vita e della morte (che invece tendiamo a governare attraverso la scienza o in nome di una fede).<br />
2) Ogni essere deve essere consapevole di dover aiutare la vita a sopravvivere mettendo in atto comportamenti utili a conseguire tale finalità e vivendo in modo armonico con le altre specie. Ogni uomo deve essere partecipe della difesa della vita e quindi dell’ambiente, degli ecosistemi e dei luoghi climax, del rispetto verso gli altri esseri, della difesa dei meccanismi della vita (per esempio della fertilità del suolo). Ogni essere umano deve impegnarsi ad assumere azioni, comportamenti e stili di vita che non danneggino l’ambiente. Ogni essere umano deve impegnarsi a contrastare politiche economiche e modelli sociali che danneggino la vita. Ogni essere umano deve semplicemente vivere nella semplicità.</p>
<p>Riprenderci la spiritualità e il senso del sacro<br />
La spiritualità è il fenomeno istintivo che rappresenta la nostra connessione con il tutto, il legame con il complesso della vita. La spiritualità può esprimersi in tante forme e ritengo che vadano tutte rispettate e siano quasi tutte utili. C’è una bella differenza però tra il Cristianesimo di San Francesco e quello di Torquemada.<br />
C’è oggi chi nega la spiritualità in nome della scienza solo perché non è misurabile, tangibile e razionale. Poveri scienziati! Imparate a guardarvi dentro e vi apparirà una nuova luce che non avevate mai visto.<br />
Oggi la cultura corrente dice che le ideologie sono morte e che nulla c’è di sacro.<br />
Cos’è sacro? Nel linguaggio comune è sacro ciò a cui teniamo di più, che per noi è intoccabile e inalienabile. Per esempio un figlio è sacro, ma per molti il sacro è la divinità nella quale credono.<br />
L’ecologia profonda vede il sacro nella natura e nelle sue diverse espressioni e relazioni. Sono sacri gli alberi, le montagne, il mare, tutti gli ambienti naturali, la fertilità del terreno, gli insetti molesti, le buone erbe spontanee e anche le cattive, i rapporti umani e i rapporti con la natura, tutto ciò che vive. Sono sacri soprattutto gli ecosistemi. E sono sacri i rapporti che noi abbiamo con il tutto, come il cibo, la nascita, la morte, e l’amore, che è il legame istintivo più forte che esista. E sono sacri i bambini e i cuccioli, l’espressione più lampante della continuazione della vita.</p>
<p>Perché è importante questa quarta rivoluzione? Perché solo una convinzione profonda, un pensiero radicato, una intima motivazione, un amore grande, che fa riferimento alla nostra parte non razionale ma emotiva, può darci la speranza e la forza di cambiare le situazioni e salvarci insieme a tutti gli esseri viventi.</p>
<p>Relazione tenuta alla presentazione a Genova del Movimento Italiano per l’Ecologia Profonda &#8211; IDEM<br />
Genova 12 aprile 2012</p>
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		<title>Difendere gli alberi</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 12:48:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Respiro Verde LegAlberi e Salviamo il Paesaggio Viviamo in un mondo in cui con un semplice “nulla osta” di qualche vergognoso ente si possono tranquillamente far abbattere alberi, ci si può permettere di decidere, come per gli animali, quali &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/04/06/difendere-gli-alberi/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Respiro Verde LegAlberi e Salviamo il Paesaggio<br />
<a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/Foresta-dipinta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-290" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/Foresta-dipinta-300x219.jpg" alt="" width="268" height="200" /></a>Viviamo in un mondo in cui con un semplice “nulla osta” di qualche vergognoso ente si possono tranquillamente far abbattere alberi, ci si può permettere di decidere, come per gli animali, quali si debbano considerare “protetti” e quali “non protetti” trascurando un antico monito che amava dire “Natura nihil fit in frustra” (la Natura non fa nulla invano).<br />
Ma come si può affermare questo se non si ha comprensione e coscienza che abbracciando un albero si può ascoltare il suo respiro, si può capire se soffre o è nel pieno delle sue possibilità, quanto ha dovuto lottare con gli elementi che lo circondano, se è orientato verso il basso o guarda alla luce.<span id="more-284"></span></p>
<p>Un albero può farci tornare in giovinezza, può farci fantasticare con l’immaginazione, può cambiare la sua forma se lo guardiamo con occhi diversi nel buio della notte, può regalarci momenti di interiorità oggi sempre più rari vista la galoppante omologazione che ci perseguita. L’albero è un orologio vivente per leggere eventi e segnali precisi, sempre se siamo in grado di percepirli.<br />
Così un tempo era considerato l’albero, un fondamento della vita; oggi invece è diventato solo uno scomodo intralcio o al massimo un utile comodino o uno spazioso armadio. L’albero non cerca soldi non è malato di questo cancro tutto moderno, ecco perché risulta incompatibile<br />
alla nostra società globalizzata. Non serve più come simbolo perenne a questi avidi usurai che vivono artificialmente nel loro grigio squallore; finirà a pezzi dentro un camino? Diventerà truciolato? Verrà trasformato in segatura? In laminato? Sarà abbattuto per far posto alla speculazione?</p>
<p>Ma cosa si può insegnare a chi vede solo come oggetto, una vita che sacrifica le sue membra, i suoi rami o il suo tronco (cioè le sue proprietà?), essendo al contempo felice in questo suo donarsi. Si perché l’uomo oggi comprende solo il linguaggio del prendere, mentre l’albero solo quello del donare.<br />
L’albero compie tramite la fotosintesi clorofilliana una magica alchimia; la sua realizzazione terrestre, la sua opera, avviene attraverso la trasmutazione dell’anidride carbonica (veleno) in puro ossigeno (vita). Mangiando morte e donando vita, trasformando il veleno in farmaco (se portiamo la mente ai testi tantrici), crea la possibilità sostanziale a tutti gli esseri viventi, compreso l’uomo (alcuni spesso molto più fastidiosi delle zanzare) di poter usufruire dell’ossigeno necessario per respirare e quindi per sopravvivere. È con il suo sacrificio che dona la vita.</p>
<p>Non è la Natura che si deve adeguare al nostro stile di vita (che oggi non è più stile) ma dovremmo essere noi ad apportare piccolissime ed insignificanti modifiche al suo status; questo bisognerebbe fare, vivendo in armonia nel suo regno senza sconvolgerlo più di tanto e attualizzando le nostre esperienze coi ritmi che regolano l’universo.<br />
Scopriamo l’importanza di dormire con un sacco a pelo per non perdere quel contatto “fisico” con la forza della terra, di camminare a piedi scalzi per nutrirci di vibranti energie. Tutto questo lo stiamo perdendo giorno per giorno, minuto per minuto. Sarebbe ora di riscoprirlo nuovamente.</p>
<p>A cura di Memento Naturae</p>
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		<title>Spirito naturale</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 08:09:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Stefano Fusi L’ecologia “profonda” è il filone dell’ecologia per il quale non bastano soluzioni tecniche e politiche per risolvere la crisi ambientale, ma occorre che l’umanità guardi alla vita in un modo radicalmente nuovo. Passando dal considerarsi, quali esseri &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/04/02/spirito-naturale/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefano Fusi<br />
<a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/Fusi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-286" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/04/Fusi.jpg" alt="" width="189" height="187" /></a>L’ecologia “profonda” è il filone dell’ecologia per il quale non bastano soluzioni tecniche e politiche per risolvere la crisi ambientale, ma occorre che l’umanità guardi alla vita in un modo radicalmente nuovo. Passando dal considerarsi, quali esseri umani, non un elemento “esterno” alla natura, ma parte stessa della natura. Per l’ecologia profonda, possiamo vivere bene se siamo in armonia con la natura. Quella “esterna”: elementi, pietre, piante, animali, ecosistemi; e quella “interna”: la nostra natura fisica ed emozionale – corpo, sentimenti, emozioni, le nostre qualità intrinseche di esseri viventi.<br />
Ritrovare l’armonia con la natura è un’arte. È una capacità insita in ciascuno di noi. Noi siamo natura. Ritrovare la semplicità della natura è un “lavoro” all’incontrario: togliere, eliminare il superfluo, badare all’essenziale, accettare quello che c’è e trasformarlo in coscienza. È un grande lavoro di ricerca spirituale.<span id="more-280"></span><br />
Da fare nello stupore e nella gratitudine verso il Grande Mistero, il nome con cui i nativi americani Lakota chiamano lo Spirito.<br />
Le pratiche di ecologia profonda sono esperienze di conoscenza, e strumenti per aiutarci a sentire che siamo parti coscienti della natura vivente. Partono dal contatto con il proprio corpo, dalla respirazione, dal movimento; passano per la riconnessione cosciente con la natura attraverso esercizi di immedesimazione, sintonizzazione e meditazione svolti nell’ambiente naturale; fino ad arrivare a forme di arte, rituale e cerimonia in cui tutte queste esperienze sono fuse in modo organico.<br />
Sono pratiche adatte ai nostri tempi, alla nostra mentalità moderna e alle nostre necessità attuali di sentirci nuovamente parte del mondo vivente alla luce delle conoscenze scientifiche e della coscienza ecologica; ma affondano le loro radici nate nelle tradizioni più antiche, fra cui il taoismo, lo sciamanesimo, il Tantra.</p>
<p>MEDITARE ED ENTRARE IN RELAZIONE CON LA NATURA<br />
Ecco alcuni suggerimenti di ‘ecologia profonda’</p>
<p>PERDERSI PER RITROVARSI<br />
Non seguire un percorso prefissato. È un pellegrinaggio naturale che porta a sentire l’energia del luogo, a seguire l’ispirazione del momento. Occorre svuotare la mente e lasciarsi guidare dal corpo e dalle sensazioni. Uscire dai sentieri, se è il caso. Perdersi. Lasciarsi guidare dalla bellezza, dalle rocce, dalle piante, dagli animali: seguire le tracce o l’animale stesso. Poi, ritrovare la strada del ritorno. È un esercizio simile al tantrico Latihan, che consiste nel non fare nulla e lasciar affiorare un moviemto spontaneo e seguirlo. Così in natura. Non si deve arrivare da nessuna parte in parte se non nel centro di noi stessi. E scoprire che una cascata, un albero, una pietra hanno qualcosa da comunicarci. Si può sentire di dover stare seduti e assumere l’immobilità di una rupe, o correre come un torrente sul greto, o stare ritti a respirare e prendere luce come un albero. Il tempo, naturalmente, non (si) conta più.</p>
<p>CHIEDERE PERMESSO<br />
La natura è la nostra vera casa. Quando la si ritrova, e ci si accinge a entrarvi, occorre chiedere permesso. Come si fa quando si entra in casa d&#8217;altri. Poi, entrarci in punta di piedi. Lasciare pulito. Salutare, quando si torna alla nostra vita solita. Chiedendo permesso ci si sintonizza come un diapason al suono, col campo d&#8217;energia della Terra. In alcuni casi, ci si sente rispondere che no, non è permesso. Allora è meglio comprendere il messaggio, lasciar stare, tornare un&#8217;altra volta. Significa che la natura in quel momento ha altro da fare che accoglierci, in quel luogo particolare, in quel momento particolare. Non è la natura ad aver bisogno di noi, è vero il contrario. Ed essa sa dirci quando non è il caso di entrarvi in profondità.</p>
<p>DIVENTARE ALBERI, INCONTRARE L’ALBERO<br />
Uno degli esercizi di base del Qi Gong, l’antica arte cinese dell’energia interiore, origine di tutte le arti marziali ‘dolci’, è quello dell’albero. Semplicemente, stare ritti, gambe leggermente flesse, piedi paralleli perpendicolarmente alle spalle, braccia rilassate ai fianchi, e respirare. Nel Qi Gong originario, al principiante è richiesto di farlo per un anno almeno prima di passare all’esercizio seguente. Farlo in un bosco è sorprendente. Il ‘massaggio arboreo’ è una potentissima pratica di ricarica: ci si appoggia all’albero – meglio se grande e antico – con la schiena. E si resta a goderne l’energia. Che ci pulisce e comunica. È meglio del classico e pur valido ‘abbracciare l’albero’ cui spingono seminari intensivi: siamo noi ad aver bisogno dell’albero, e avendolo davanti ci si distrae; la schiena, la colonna vertebrale (il nostro albero interiore), sono le nostre vere zone naturali, cui non pensiamo mai salvo quando ci fanno male.</p>
<p>CAMMINARE CON COSCIENZA<br />
La camminata dell’attenzione degli Indios serve a distogliere dai pensieri e dal dialogo interno continuo che ci impediscono di fonderci con l’ambiente e coglierne i messaggi. Avviene in silenzio; concentrandosi sul passo stesso; lasciar scorrere i pensieri; seguire un ritmo armonizzato con la respirazione, senza forzature; ascoltare i rumori; lasciar libere le mani usando lo zaino se occorre portare qualcosa; ascoltare soprattutto le sensazioni del corpo.<br />
La ‘camminata del potere’ insegnata da Don Juan a Castaneda è solo una forma del camminare primordiale: gambe leggermente flesse e ginocchia sciolte, non rigide, un po’ come le scimmie; occhi semiaperti, quanto basta per avere uno sguardo non focalizzato ma vigile, ‘periferico’; andatura che a poco a poco diventa inconscia, una semitrance.<br />
Va da sé che camminare in questo modo porta a diventare tutt’uno con la camminata stessa, e le sensazioni propriocettive del corpo hanno la prevalenza su considerazioni razionali e sull’attenzione rivolta all’esterno. Che va comunque mantenuta, ma senza che prevalga sull’altra.<br />
Come avviene anche nella ‘camminata meditativa’ dei monaci Zen, che assume un ritmo uniforme che favorisce la meditazione.</p>
<p>PURIFICARSI CON GLI ELEMENTI NATURALI<br />
Qui la fantasia non ha limiti. Tutto nella natura purifica. Da malattie fisiche ma anche da disagi esistenziali. Occorre solo lasciar andare le difese razionali. Tornare bambini. Fare il bagno nella cascata (una delle pratiche più potenti, tradizionale in Giappone, che purifica e fortifica fino al limite della sopportazione). Prendere nudi l’acqua del temporale. Asciugarsi al fuoco. Usare un sasso per toglierci di dosso le tensioni (gli sciamani sudamericani usano questa tecnica nelle cerimonie della ‘Limpia’, la purificazione appunto): le pietre hanno un’energia che assorbe e lava tutto. È una pratica efficacissima anche da effettuare sugli altri: è un massaggio non invasivo, dolce e profondissimo. L’ultima variante è il massaggio effettuato con pietre leggermente riscaldate. Due suggestive forme di meditazione in natura sono proposte dal ricercatore e poeta della natura italiano Italo Bertolasi, che ha vissuto a lungo con gli sciamani e pellegrini della natura giapponesi e nepalesi: il ‘bagno di foresta’ e il ‘bagno di vento’. Ovvero, immergervisi come fosse acqua. Lasciandosene penetrare mentre si svuota la mente e si entra in sintonia con la loro essenza.</p>
<p>‘LEGGERE’ LA FORESTA DI SIMBOLI<br />
Molte pratiche di osservazione e meditazione sono proposte dall’antroposofia di Rudolf Steiner, come le meditazioni sullo sviluppo delle piante e sui ritmi stagionali. Meditare sulle forme viventi e sulla loro evoluzione è un aiuto allo sviluppo psicofisico. Ognuno può trovare la sua via e il suo modo per entrare in contatto con gli ‘spiriti della natura’, che non sono necessariamente folletti disneyani, ma i meccanismi eterici con cui essa si manifesta, cresce e fiorisce. Anche qui, è più complicato dirlo che farlo. Occorre provare, semplicemente. Una via di ricerca interessante che unisce la preghiera cristiana alla celebrazione delle bellezze del creato, è quella proposta dal frate cappuccino Padre Andrea SchnÖller e da Luisa Marnati, psicologa e psicoterapeuta, nel loro libro Meditazioni nella natura, ed. Xenia: propongono quattro simboli principali su cui meditare. L’uccello dalle grandi ali, il cipresso odoroso, l’albero dalle grandi radici, il canto delle acque. Simboli rispettivamente dello Spirito, della freccia verso l’alto, della Terra, dell’acqua, e delle rispettive qualità spirituali. È una meditazione da fare non in natura ma anche a casa, perché la natura è comunque dentro di noi ed è fonte di ispirazione inesauribile.</p>
<p>MARE: L’OCEANO DELLA CONSAPEVOLEZZA<br />
Va bene anche nuotare o ‘fare il morto’, d’estate al mare. Ma con più attenzione e coscienza, possiamo provare a galleggiare appieno, lasciandoci andare completamente: torniamo nel paradiso terrestre dell’utero cui tutti cerchiamo di tornare inconsciamente. Di recente, ricercatori spirituali hanno adattato all’acqua antiche pratiche come lo Yoga, lo Shiatsu, il Tai Chi e sono nati Woga – Water Yoga; Wai Chi (Water Tai Chi), Watsu (Water Shiatsu). In acqua, la loro efficacia aumenta per via dell’attenuarsi della gravità, i movimenti si fanno più fluidi, l’effetto del massaggio più forte, la coscienza s’allenta e ritroviamo la nostra armonia più facilmente.</p>
<p>PICCOLI RITUALI DI SINTONIZZAZIONE<br />
Camminare a piedi nudi nella rugiada; creare ‘altari’ in natura con i sassi (come gli ‘ometti’ dei sentieri, costruiti negli anni dagli alpinisti); celebrare le Quattro direzioni e i Quattro elementi (in vari modi: si porta l’attenzione alle strutture fondamentali dello spazio e della natura); costruirsi un proprio ritratto con elementi naturali e poi bruciarlo per abituarci alla disidentificazione dall’ego: è come farsi un mandala personale; creare piccoli oggetti d’arte ‘temporanei’ con elementi naturali (semi, rami, foglie, sassi, conchiglie); mettere nastrini colorati attorno a pietre, erbe, alberi per riceverne l’energia.</p>
<p>TORNANDO IN CITTÀ, PER MANTENERE IL CONTATTO CON LA NATURA<br />
Visualizzare la propria scena della natura preferita in rilassamento. Crearsi un angolo di natura ‘personale’: giardino Zen, fontanella, giochi di manipolazione con la sabbia come quelli utilizzati anche in analisi junghiana, costruirsi mandala e altari con elementi naturali che creano un rapporto con i luoghi visitati e le sensazioni ed emozioni vissute, molto più di come si può fare con foto o filmati. I fiori e gli altri elementi vivi, lasciamoli dove stanno, vivi.</p>
<p>SOLE E PIETRA<br />
Una fonte di calore salutare, fortissima e concentrata: la pietra restata al sole tutto il giorno, nel tardo pomeriggio. Sui torrenti, vicino alle cascate, ma anche al mare (meglio se c’è vicino l’acqua, per potersi poi rinfrescare). Ci si può stendere sulle pietre, appoggiarsi piccole pietre calde di sole sul corpo, sui punti che si ‘sentono’ da distendere o sanare. O dovunque vi porti la vostra sensitività. La pietra è un accumulatore d’energia, rimanda e amplifica il potere luminoso del sole. Lo fa da sempre, ha immagazzinato una memoria immensa. Ci si può affidare alla pietra per esperienze oltre il tempo, per trasformarsi in un’antenna d’energia luminosa che da noi si ‘scarica’ nel mondo. Ci guarisce e guarisce gli altri cui la passiamo. Ci informa su quanto è avvenuto negli ultimi millenni e milioni di anni, da un database infinito. Ci carica del potere della permanenza e dell’essenzialità. Levigata dall’acqua e modellata dal vento, imbevuta di fuoco dal sole, appoggiata sulla Terra, matrice del legno, è un compendio dei quattro elementi, una chiave d’accesso al Tutto.</p>
<p>RICARICA DI LUCE<br />
A occhi quasi chiusi, palpebre abbassate fino a lasciare solo uno spiraglio, ci si ricarica di luce. Guardando il Sole, direttamente. Compaiono fantasmagorie luminose e colorate, forme e vibrazioni; la luce ci penetra e irrora tutte le cellule del corpo e tutta l’anima. Va fatto per un tempo breve, ‘sentendo’ di essere un ricettacolo della forza vitale dell’universo. Un effetto simile lo ha il guardare la luce del Sole attraverso le foglie degli alberi.</p>
<p>RITUALE DELLA CASCATA<br />
Inchinarsi alla cascata sentendo la sua forza, che è quella della vita che scorre all’interno della materia, che è terra, pietre, legno, corpo. Entrarvi o lasciarsene lambire o sommergere. È un modo per celebrare lo scorrere della realtà entro di noi. Per riuscire meglio a entrarvi (l’acqua è fredda) si effettua a lungo la respirazione ‘forzata’ bioenergetica o il respiro del fuoco delle pratiche sciamaniche (due inspirazioni veloci dal naso, espirazione veloce dalla bocca semichiusa).</p>
<p>CAVALCARE L’ONDA<br />
Senza oggetti stupidi e ingombranti, con il nostro corpo. Seguirla, assecondarla, assorbirne la natura e leggerne il simbolismo: viene dal mare e vi torna, anzi lo è, ne è parte. Proprio come noi veniamo e andiamo verso il Tutto che ci contiene, genera e riassorbe.</p>
<p>LETTURA DEI MESSAGGI DELLA NATURA<br />
È una meditazione semplicissima e insieme sopraffina. La più grande e assoluta. È la forma di divinazione che praticavano gli antichi. È una lettura dello specchio che è la natura, il luogo dove possiamo trovare noi stessi. Bisogna semplicemente lasciare andare i pensieri e sentire i simboli viventi: il volo degli uccelli che rappresenta la nostra parte spirituale, la verticalità degli alberi che uniscono terra e cielo e sono la nostra colonna vertebrale, il nostro sostegno e la continuità della vita, i movimenti degli animali che sono la nostra parte pulsionale e sensitiva, legati alla terra o all’acqua. Le forme della terra sono le forme della vita, la nuvole sono acqua-energia che si muove verso l’alto col calore per ritornare poi a terra come acqua, il mare è la matrice, la culla, il mistero della vita, che riflette la luce e si colora di cielo e terra ma in sé non ha colori. Poi il Sole, con albe e tramonti e sfolgorio del giorno: è il vivificatore, che mette incinta la Madre Natura, e la notte, l’altra faccia della natura, il mistero dell’infinito, anch’essa con i suoi fuochi lontani, la luce riflessa, il ritmo del tempo, le maree e l’acqua che danza con loro.</p>
<p>SASSI<br />
Se le pietre ci insegnano miliardi di cose, i sassi quasi altrettanto. In piccolo, sono come le pietre grandi. Sono montagne, pianeti, antri, picchi, terre percorse da tracciati e solchi, colorate, levigate dal vento e dell’acqua o butterate dal fuoco, bruciate dalla luce. C’è tutto nei sassi, a saperli leggere. I migliori sono quelli restituiti e ‘lavorati’ dal mare e dai fiumi. Hanno in sé il potere della gioia, prodotto della danza degli elementi che creano, trasformano, purificano e innalzano col fuoco; sedimentano, stabilizzano, nutrono, raccolgono e danno fondamento con la terra; danno vita, muovono, suonano e trasportano con l’aria; scorrono, puliscono, nutrono, rinfrescano coll’acqua. E uniscono tutto con la danza delle particelle in amore, l’etere-energia, il pulviscolo luminoso, colorato, meraviglioso che gioca a creare forme ed esseri viventi, pensieri e parole e sentimenti ed estasi.</p>
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		<title>Verso una economia della Terra</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 08:25:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia Profonda]]></category>

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		<description><![CDATA[di Guy R. McPherson Dobbiamo sviluppare un nuovo sistema economico perché quello attuale non funziona. Il sistema industriale sta distruggendo ogni aspetto della vita sulla terra. E, fino a prova contraria, senza vita sulla Terra non è possibile sopravvivere. Cercherò &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/03/26/verso-una-economia-della-terra/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Guy R. McPherson<br />
<a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/03/ecocentric.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-281" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/03/ecocentric-300x155.jpg" alt="" width="276" height="143" /></a>Dobbiamo sviluppare un nuovo sistema economico perché quello attuale non funziona. Il sistema industriale sta distruggendo ogni aspetto della vita sulla terra. E, fino a prova contraria, senza vita sulla Terra non è possibile sopravvivere. Cercherò di descrivere brevemente gli orrori di questo intricato e devastante castello di carte globale. Proverò a indicare un&#8217;alternativa migliore, e non sarà cosa difficile. Molto più difficile sarebbe trovare un&#8217;alternativa peggiore. E i modelli cui rifarsi non mancano certo. Mi concentrerò su due di questi, l&#8217;anarchia agraria e l&#8217;Età della Pietra post-industriale.   Cosa non funziona?<br />
Un resoconto particolareggiato dei malfunzionamenti dell&#8217;economia industriale richiederebbe un&#8217;intera biblioteca. Riassumendo, i problemi principali sono <span id="more-276"></span>(1) il fatto che la disparità tra ricchi e poveri persiste anche al culmine dello sviluppo industriale occidentale; (2) l&#8217;eccesso di popolazione, in un pianeta che ormai è sovraccarico; (3) i cambiamenti climatici senza controllo prodotti dal surriscaldamento globale; (4) la distruzione all&#8217;ingrosso della vita sulla Terra, con l&#8217;estinzione di centinaia di specie al giorno, la perdita di acqua potabile e di suolo fertile.<br />
In breve, come ho scritto sulla più importante rivista specializzata del settore, “il mondo moderno ci costringe a vivere in modo immorale. Non c&#8217;è dubbio che una società che schiavizza, tortura e uccide le persone, fa abuso della terra e dell&#8217;acqua necessarie alla sopravvivenza della nostra e di altre specie è una società immorale, e tuttavia ciò è perpetrato con scioccante efficienza dal sistema economico globale, incarnato nell&#8217;impero statunitense. La maggior parte della gente sa che le multinazionali dell&#8217;energia avvelenano la nostra acqua, quelle dell&#8217;agricoltura controllano le nostre forniture alimentari, quelle del settore farmaceutico controllano il comportamento dei nostri figli, Wall Street il flusso dei nostri soldi, i grandi media le informazioni che riceviamo ogni giorno, e i &#8220;criminosamente ricchi&#8221; diventano sempre più ricchi sfruttando l&#8217;immoralità del sistema. È così che funziona l&#8217;America. E, nonostante ciò, pensiamo ancora di vivere da brave persone nel paese dei liberi&#8221;.<br />
Dovrebbe essere chiaro che l&#8217;economia industriale ci sta facendo ammalare, mentalmente e fisicamente, e sta distruggendo gli habitat delle specie viventi su questo pianeta. Sono convinto che sia necessario porre fine a questo sistema di vita &#8211; cioè, porre fine alla civiltà industriale &#8211; e sostituirlo con uno più sano e duraturo.</p>
<p>Alternative<br />
Le alternative abbondano, e in generale si collocano in un ventaglio che spazia dallo status quo all&#8217;Età della Pietra postindustriale. In questo ventaglio voglio soffermarmi su tre punti: (1) lo status quo, che deve essere sovvertito se vogliamo continuare a esistere come specie ancora per più di qualche decennio, (2) l&#8217;anarchia agraria e (3) l&#8217;Età della Pietra postindustriale.</p>
<p>Il sistema attuale: l&#8217;economia industriale<br />
Lo stadio attuale di sviluppo reca con sé una quantità spaventosa di controindicazioni: il sovrappopolamento, il caos climatico e la crisi delle specie animali in via d&#8217;estinzione. È il nemico principale che ci troviamo ad affrontare. Dobbiamo sbarazzarcene prima che sia lui a sbarazzarsi di noi. Considerando la velocità con cui il nostro sistema economico procede verso l&#8217;autodistruzione e l&#8217;assenza quasi totale di dibattito a livello nazionale e internazionale su come fermarlo, ho il sospetto che la nostra società precipiterà nell&#8217;Età della Pietra postindustriale nel giro di anni, non di decenni. Ma alle comunità e agli individui rimane sempre la possibilità di scegliere l&#8217;opzione dell&#8217;anarchia agraria.</p>
<p>L&#8217;anarchia agraria<br />
L&#8217;anarchia come ideale politico pressupone l&#8217;assenza di un governo coercitivo e stabilisce l&#8217;associazione volontaria e cooperativa di individui o gruppi di individui come struttura portante dell&#8217;organizzazione sociale. Questo &#8220;rapporto di vicinato&#8221; dell&#8217;uomo con l&#8217;uomo e dell&#8217;uomo con la natura è l&#8217;ideale jeffersoniano all&#8217;origine degli Stati Uniti, come indicato da Monticello e qua e là da Thomas Jefferson nei suoi scritti. È anche il modello proposto da Henry David Thoreau e, più di recente, da pensatori radicali come Wendell Berry (scrittore e contadino), Noam Chomsky (linguista, filosofo), Howard Zinn (storico recentemente scomparso) e dall&#8217;iconoclasta di Tucson Edward Abbey.<br />
Considerate, ad esempio, alcuni passi arcinoti da Jefferson: (1) &#8220;Il risultato del nostro esperimento sarà di consentire ai più di governare sé stessi senza un padrone&#8221;; (2) &#8220;Preferirei essere esposto agli inconvenienti di un eccesso di libertà che a quelli del suo contrario&#8221; e (3) &#8220;Quando la gente ha paura del proprio governo, è la tirannia; quando il governo ha paura della propria gente, è la libertà&#8221;. Anche se Jefferson non si considerava un anarchico, dalle sue parole e dai suoi ideali si capisce che auspicava fortemente una supremazia dell&#8217;individuo e un governo &#8220;minimo&#8221; che vegliasse sui cittadini senza pesare su di loro. L&#8217;etimologia greco-latina di &#8220;anarchia&#8221;, invece, suggerisce l&#8217;assenza totale di governo. Che non mi pare un&#8217;idea così cattiva.<br />
Come Jefferson, Henry David Thoreau propugnò l&#8217;ideale di una società agricola vicina alla natura. Thoreau era uno strenuo sostenitore dell&#8217;anarchia agraria e attribuiva all&#8217;individuo un&#8217;importanza ancora maggiore che Jefferson: “Il governo migliore è quello che non governa; e quando gli uomini saranno pronti, questo è il governo che avranno.&#8221; Che io sappia, nessun governo nazionale ci ritiene pronti.<br />
Balziamo alla fine del ventesimo secolo, ed ecco diversi altri filosofi schierarsi a favore dell&#8217;anarchia agraria. Forse gli esempi più famosi sono Wendell Berry, Noam Chomsky e Howard Zinn, ma la voce più esplicita è stata quella di Edward Abbey negli anni precedenti alla morte, avvenuta nel 1989: (1) “L&#8217;anarchismo non è una favola romantica, ma la presa di coscienza, basata su cinquemila anni di esperienza, che non possiamo affidare le nostre vite a re, preti, politici, generali e questori&#8221;; (2) “L&#8217;anarchismo è fondato sulla considerazione che siccome pochi uomini sono in grado di governare sé stessi, ancora meno sono in grado di governare gli altri&#8221;; e (3) “Il vero patriota deve sempre essere pronto a difendere il proprio paese dal proprio governo&#8221;.<br />
Nei miei sogni, le nazioni industrializzate sono dirette verso l&#8217;anarchia agraria. Molti paesi l&#8217;hanno vissuta per anni e possono mostrarci la via. Quando una regione era esclusa dall&#8217;accesso immediato ai combustibili fossili, l&#8217;anarchia agraria era l&#8217;ovvia soluzione. Cos&#8217;altro se non un forte senso di autonomia e forti legami all&#8217;interno della comunità potevano permettere a queste comunità di coltivare e distribuire cibo a livello locale? Cos&#8217;altro poteva permettere loro di assicurarsi forniture d&#8217;acqua e proteggerle dalle grinfie delle multinazionali? Di sviluppare una struttura sociale fondata sul rispetto reciproco e sulla fiducia nel prossimo? Al contrario che nel nostro sistema, non avevano bisogno del denaro: i conti erano saldati per mezzo del baratto. Meglio ancora, l&#8217;economia agraria si sposa perfettamente con l&#8217;economia del dono.</p>
<p>L&#8217;età della pietra postindustriale<br />
Per migliaia di anni la specie umana ha vissuto in comunità relativamente piccole a stretto contatto con la terra da cui traevano sostentamento. Questi uomini si conoscevano tra di loro e conoscevano le piante e gli animali con cui condividevano l&#8217;ambiente. Avevano impatto zero sul terreno e sulle risorse idriche che utilizzavano. Passavano poche ore al giorno in quello che chiamiamo &#8220;lavoro&#8221;, allo scopo di assicurare l&#8217;accesso a acqua, cibo e fonti di calore a tutti i membri della comunità. Era un sistema di vita duraturo, caratterizzato dalla longevità e dall&#8217;impatto minimo sul pianeta.<br />
Questa è l&#8217;epoca che con arroganza chiamiamo &#8220;età della pietra&#8221;.<br />
La prima forma di civilizzazione si sviluppò poche migliaia di anni fa. È legata essenzialmente allo sviluppo delle città. In altre parole, la civilizzazione è caratterizzate da popolazioni umane troppo numerose per soddisfare i propri fabbisogni con le risorse locali. La città sopravvive grazie all&#8217;aria pulita, all&#8217;acqua e al cibo sano che trae dalle campagne circostanti, come anche il combustibile necessario a mantenere la temperatura corporea degli abitanti a circa 37 gradi. In cambio, le campagne ricevono dalle città aria sporca, acqua inquinata e spazzatura. Molte persone civilizzate pensano che si tratti di un grande affare, ma la realtà è che non può durare in eterno, perché l&#8217;abbondanza della natura ha dei limiti.<br />
Lo stadio attuale della civilizzazione, l&#8217;economia industriale, è il modello meno sostenibile, in parte perché ha bisogno di crescere per sopravvivere. È come un organismo, che o cresce o muore. E il nostro pianeta limitato non può sostenere un crescita illimitata.<br />
L&#8217;economia industriale ha bisogno di forniture di greggio pronte per l&#8217;uso e a basso costo. Il petrolio è il sangue che scorre nelle vene della nostra vita quotidiana. I derivati del petrolio fanno viaggiare comodamente persone, merci, idee. Senza conbustibili a basso costo per il trasporto di acqua, cibo, materiali da costruzione, l&#8217;economia industriale va in recessione.<br />
Ciascuna delle cinque recessioni registrate dall&#8217;economia globale a partire dal 1972 è stata preceduta da un&#8217;impennata nei prezzi del greggio. Sono finiti i giorni del carburante a portata di mano. A livello globale, il picco di estrazione è stato toccato nel maggio 2005. Un leggero calo nella disponibilità di greggio, assieme alla crescita della domanda da parte di paesi in via di sviluppo come Cina, India e Brasile, ha aperto la strada a ulteriori impennate nei prezzi in futuro. Poco importa che vi siano al mondo quasi un trilione di barili ancora da sfruttare: il prezzo dei combustibili è la cosa più importante per la crescita delle economie industriali.<br />
Senza dubbio, i prossimi aumenti delle tariffe porteranno il sistema al collasso e ci spediranno con un biglietto di sola andata tra le braccia della nuova età della pietra. Già adesso, il petrolio è così caro che le banche centrali e i governi nazionali non possono più permettersi di dare anche solo l&#8217;illusione di una crescita economica stampando valuta. Proprio come stava per accadere nel 2008, quando il prezzo del greggio sfiorò i 147,27 dollari a barile.<br />
Non è chiaro cosa il futuro abbia in serbo. Ho il presentimento che, al termine del collasso in corso, il tasso di mortalità avrà un&#8217;impennata di breve durata, ma di larga scala. Dopodiché le risorse energetiche provenienti da fonti rinnovabili verranno meno a loro volta, perché dipendono strettamente per il loro mantenimento da settori che si reggono sul petrolio. Le batterie della maggior parte dei pannelli solari installati nelle case e delle centrali eoliche hanno una durata di un decennio o poco più. Quando l&#8217;economia industriale sarà crollata e non ci sarà più possibilità di generare energia attraverso le tecnologie rinnovabili, sembra proprio che gli esseri umani non potranno fare a meno di tornare a vivere a stretto contatto con i loro vicini e con l&#8217;ambiente naturale che consente la vita sulla terra. Ciò significa che sprofonderemo nell&#8217;età della pietra postindustriale, seppur provvisti di una tecnologia sconosciuta ai tempi del Neolitico. Gli strumenti più semplici, come coltelli e botti, rimarranno utilizzabili ancora a lungo. Le tecnologie più complesse, specie quelle che dipendono dall&#8217;elettricità, scompariranno dalla nostra memoria in men che non si dica.</p>
<p>Un&#8217;economia basata sullo scambio di doni<br />
Allo stadio attuale dello sviluppo industriale la maggior parte della gente è ossessionata dall&#8217;economia terziaria (pezzi di carta verde dal valore simbolico &#8211; i soldi &#8211; e componenti magnetici di schede elettroniche). Pochi individui lungimiranti si concentrano invece sul settore secondario (gli oggetti che usiamo nella vita di tutti i giorni) che si basa saldamente sul settore primario, fondamentale eppure trascuratissimo. Quest&#8217;ultimo ha a che fare con i rozzi materiali che sfruttiamo per sopravvivere, e su cui forse prosperiamo. La fede nei simboli dell&#8217;economia terziaria svanirà quando la gente si renderà conto che ci sono troppo pochi strumenti da poter adoperare (l&#8217;economia secondaria) e poche materie prime per ottenerli (economia primaria). Il risultato sarà che i simboli perderanno gran parte del loro potere.<br />
L&#8217;economia basata sullo scambio di doni ha funzionato per i primi due milioni di anni della storia umana e, con il collasso del sistema industriale dovuto alla scarsità di combustibili fossili, siamo destinati a tornare a qualcosa di simile. Faremmo bene a usare la storia come una guida per il nostro futuro senza combustibili. Il nostro sistema monetario è basato sulla fede in simboli e ci dà la falsa impressione di poter guadagnare molto in cambio di niente. Invece, ci ruba il nostro senso della comunità.<br />
Le persone provviste di denaro abbondante non hanno bisogno di partecipare a una comunità di persone. La ricchezza consente loro di comprare beni e servizi, e non hanno bisogno di conoscere i nomi di chi fornisce loro tutto questo. Lo stesso per i nomi delle piante, degli animali, del suolo, dell&#8217;acqua da cui dipendiamo per la nostra sopravvivenza.<br />
Al contrario, le persone indigenti dipendono molto dai vicini. I poveri delle campagne riconoscono che I vicini includono i non umani, oltre che gli umani. La vera comunità si basa sul dono, e il dono è quello che ci fanno la terra e l&#8217;acqua che ci sostengono non meno di quanto fanno i nostri simili.</p>
<p>Un esempio personale<br />
Avevo in mano le carte vincenti. Ma ho mollato la partita. I miei genitori hanno fatto gli insegnanti per tutta la vita. Così anche mio fratello e mia sorella. In tutta la famiglia sono stato l&#8217;unico a raggiungere l&#8217;apogeo dell&#8217;educazione. All&#8217;età di quarant’anni ero professore ordinario all&#8217;università. Ho voltato le spalle a quella vita, che amavo, e molte persone pensarono che fossi diventato matto. Ho voltato le spalle dopo aver tentato invano di cambiare quel sistema moralmente corrotto, quando mi resi conto che era il sistema che stava cambiando me.<br />
Ho gettato le carte quando mi sono reso conto che il primo passo da fare per distruggere questo sistema corrotto è abbandonarlo. Siccome ero nato in cattività e avevo assimilato i normali pregiudizi di un mondo impazzito, mollai più tardi di quanto avrei dovuto e solo dopo, molto tempo dopo, mi resi conti dell&#8217;immoralità del sistema. Gran parte di questo ritardo fu dovuto dalla mia incapacità di stabilire dove e come lasciare il sistema. Ero arrivato a considerare il sistema economico industriale al suo apice una cosa orribile ma, siccome era l&#8217;unico che avessi mai conosciuto, non avevo idea di come fare a uscirne. Alla fine, dopo diversi anni di riflessione e qualche tentativo abortito di evasione, assieme a mia moglie riuscii a costruirmi una vita nuova improntata all&#8217;anarchia agraria in una piccola proprietà condivisa con un&#8217;altra famiglia.<br />
Dopo aver gettato le carte sul tavolo, ho iniziato a lavorare assieme ad altre persone in un esperimento di transizione verso l&#8217;economia del dono. Vivo in una piccola valle semidisabitata dove il dono è la regola, non l&#8217;eccezione. Condivido un piccolo appezzamento di terra assieme ad altri umani, anatre, papere, polli e piante. Abbiamo cercato, e continuiamo tuttora, di seguire uno stile di vita rispettoso della sana alimentazione, della giusta temperatura corporea, della condivisione tra esseri umani. Vivendo nell&#8217;anarchia agraria in una comunità ai confini dell&#8217;impero, sono diventato responsabile di me stesso e dei miei vicini, umani e non.<br />
Questo stile di vita è di gran lunga superiore a quello che avevo in precedenza. Bevo acqua pura da un pozzo locale azionato a mano e con pannelli fotovoltaici. Mangio sano, cibo biologico coltivato in gran parte sulla mia proprietà. La mia abitazione è ben coibentata e autonoma dal punto di vista energetico, non utilizzo mai energia proveniente da combustibili fossili. Conosco i miei vicini, umani e non, e loro conoscono me.<br />
Alla fine, meglio tardi che mai, sono riuscito a vedere gli orrori del nostro stile di vita, e ad abbandonarlo. Unitevi a me, per favore.</p>
<p>Guy McPherson è professore emerito di Scienze Naturali e di Ecologia e Biologia dell&#8217;Evoluzione presso l&#8217;Università dell&#8217;Arizona, dove ha insegnato e condotto ricerche per 20 anni. Ha scritto oltre 100 articoli, dieci libri, l&#8217;ultimo: Walking Away From Empire, e per molti anni ha studiato la conservazione della biodiversità. Vive in una casa di paglia autosufficiente, pratica la coltivazione biologica e l&#8217;allevamento, lavorando all&#8217;interno di una piccola comunità rurale. Per saperne di più visitate guymcpherson.com o scrivetegli all&#8217;indirizzo grm@ag.arizona.edu<br />
**********************************************<br />
Fonte: Toward an economy of Earth<br />
Fonte: Come Don Chisciotte [scheda fonte]<br />
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DAVIDE ILLARIETTI<br />
20/02/2012</p>
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		<title>Via Campesina chiama all’azione. Recuperiamo il nostro futuro</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 09:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia Profonda]]></category>

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		<description><![CDATA[Traduzione di Antonio Lupo Dal 20-22 Giugno 2012, i Governi di tutto il mondo si riuniranno a Rio de Janeiro, Brasile, per commemorare i 20 anni del &#8221; Vertice della Terra&#8221;, la Conferenza dell&#8217;ONU su Ambiente e Sviluppo (UNCED), che &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/03/19/via-campesina-chiama-all%e2%80%99azione-recuperiamo-il-nostro-futuro/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Traduzione di Antonio Lupo<br />
<a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/03/via-campesina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-277" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/03/via-campesina-300x201.jpg" alt="" width="259" height="176" /></a>Dal 20-22 Giugno 2012, i Governi di tutto il mondo si riuniranno a Rio de Janeiro, Brasile, per commemorare i 20 anni del &#8221; Vertice della Terra&#8221;, la Conferenza dell&#8217;ONU su Ambiente e Sviluppo (UNCED), che per la prima volta stabilì una agenda globale per lo “Sviluppo sostenibile&#8221;. Nel vertice del 1992, vennero adottate la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB), la Convenzione ONU sul Cambiamento Climatico (UNFCC) e la Convenzione per Combattere la Desertificazione. Venne istituita anche la Commissione sullo Sviluppo Sostenibile (CSD) per assicurare follow-up all&#8217;UNCED “Summit della Terra”. Venti anni più tardi, i governi avrebbero dovuto riconvocarla per rivedere i propri impegni e i progressi, ma in realtà la questione centrale del dibattito sarà la &#8220;green economy&#8221; che porta sviluppo, con la moltiplicazione dello stesso modello capitalistico che ha causato il caos climatico ed altre crisi profonde sociali e ambientali.<span id="more-272"></span><br />
La Vía Campesina si mobiliterà per questo momento storico, che rappresenta la voce di milioni di contadini e indigeni nel mondo che stanno difendendo il benessere di tutti, lavorando per la sovranità alimentare e la tutela delle risorse naturali.</p>
<p><strong>20 anni dopo: un Pianeta in crisi</strong><br />
20 anni dopo il Summit della Terra, la vita è diventata più difficile per la maggioranza degli abitanti del pianeta. Il numero di persone affamate è aumentato a quasi un miliardo, cioè un esseri umano su sette è affamato, i più colpiti sono le donne e i piccoli agricoltori.<br />
Nel frattempo, l&#8217;ambiente si sta esaurendo velocemente, la biodiversità viene distrutta, le risorse idriche stanno diventando scarse e contaminate e il clima è in crisi. Il che significa mettere a repentaglio il nostro futuro sulla Terra, mentre la povertà e le disuguaglianze stanno aumentando.<br />
L&#8217;idea di &#8220;Sviluppo Sostenibile&#8221;, proposta nel 1992, che ha unito le preoccupazioni per &#8220;sviluppo&#8221; e &#8220;ambiente&#8221;, non ha risolto il problema perché non ha fermato il sistema capitalistico nella sua corsa verso il profitto a scapito di tutte le risorse umane e naturali :<br />
- Il sistema alimentare è sempre più nella morsa delle grandi imprese in cerca di profitto, che non mirano a nutrire la gente.<br />
- La Convenzione sulla Biodiversità ha creato meccanismi di condivisione dei benefici, ma che alla fine legittimano la capitalizzazione delle risorse genetiche da parte del settore privato.<br />
- La Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, invece di costringere i paesi e le aziende a ridurre l&#8217;inquinamento, ha inventato una nuova merce redditizia e speculativa, con meccanismi di scambio di carbonio, permettendo a chi inquina di continuare a inquinare e trarre profitto da questo.<br />
Il quadro dello &#8220;sviluppo sostenibile&#8221; continua a vedere l&#8217;agricoltura contadina come arretrata e responsabile per il deterioramento delle risorse naturali e dell&#8217;ambiente. Si perpetua lo stesso paradigma di sviluppo, che è niente di meno che lo sviluppo del capitalismo per mezzo di una &#8220;industrializzazione verde&#8221;.</p>
<p><strong>La &#8220;Green Economy&#8221; – Contenuto finale?</strong><br />
Oggi &#8220;l&#8217;economia rinverdita&#8221;, spinta in avanti nella corsa verso Rio 20, si basa sulla stessa logica e meccanismi che stanno distruggendo il pianeta e mantiene la gente affamata. Per esempio, si cerca di integrare gli aspetti della fallita &#8220;rivoluzione verde&#8221; in modo più ampio al fine di garantire le esigenze dei settori industriali di produzione, quali la promozione dell&#8217;uniformità di semi, di semi brevettati da corporazioni, di semi geneticamente modificati, ecc .<br />
L&#8217;economia capitalistica, basata sul sovra-sfruttamento delle risorse naturali e degli esseri umani, non potrà mai diventare &#8220;verde&#8221;.<br />
Si basa sulla crescita illimitata in un pianeta che ha raggiunto i suoi limiti e sulla mercificazione delle rimanenti risorse naturali che finora erano senza prezzo o sotto il controllo del settore pubblico.<br />
In questo periodo di crisi finanziaria, il capitalismo globale, cerca nuove forme di accumulazione. E&#8217; in questi periodi di crisi che il capitalismo può accumulare di più.<br />
Oggi, sono i territori e beni comuni l&#8217;obiettivo principale della capitale. Come tale, la green economy non è altro che una maschera verde per il capitalismo. E &#8216;anche un nuovo meccanismo per appropriarsi delle nostre foreste, fiumi, terra &#8230; dei nostri territori!</p>
<p>Dalle le riunioni preparatorie dello scorso anno verso Rio +20, l&#8217;agricoltura è stata citata come una delle cause del cambiamento climatico.<br />
Eppure, nei negoziati ufficiali non si distingue tra agricoltura industriale e l&#8217;agricoltura contadina, e non si esplicita nessuna differenza nei loro effetti sulla povertà, il clima e le altre questioni sociali che abbiamo di fronte.<br />
La &#8220;green economy&#8221; è commercializzata come un modo per attuare uno sviluppo sostenibile per quei paesi che continuano a subire pesanti e sproporzionati livelli di povertà, fame e miseria.<br />
In realtà, ciò che viene proposto è un&#8217;altra fase di ciò che noi identifichiamo come &#8220;programmi di aggiustamento strutturale verdi&#8221;, che cercano di allineare e riordinare i mercati nazionali e dei regolamenti per presentare l&#8217;arrivo del &#8220;capitalismo verde&#8221; .<br />
Gli Investimenti di capitale ora cercano nuovi mercati attraverso la &#8220;green economy&#8221;; assicurarsi le risorse naturali del mondo come input primari e materie prime per la produzione industriale, come serbatoi di carbonio o anche per la speculazione.<br />
Questo è stato dimostrato dal crescente accaparramento di terre a livello mondiale, per la produzione vegetale sia per l&#8217;esportazione che per gli agrocarburanti.</p>
<p>Le nuove proposte come “ l&#8217;agricoltura intelligente climatica&#8221;, che prevede &#8220;l&#8217;intensificazione sostenibile&#8221; dell&#8217;agricoltura, incarnano anche l&#8217;obiettivo di corporazioni e agro-business di sfruttare la terra, con l&#8217;etichetta &#8220;verde&#8221;, e rendendo i contadini dipendenti per gli alti costi di semi e input.<br />
Permessi di nuove generazioni di inquinanti vengono rilasciati al settore industriale, in particolare nei paesi sviluppati, attraverso programmi tipo quelli di riduzione delle emissioni da deforestazione e del degrado forestale (REDD + +) e altri sistemi di servizi ambientali.<br />
L&#8217;economia verde mira a garantire che i sistemi ecologici e biologici del nostro pianeta restino ancora al servizio del capitalismo, con l&#8217;uso intenso di varie forme di biotecnologie, le tecnologie di sintesi e la geo-ingegneria. OGM e le biotecnologie sono parti fondamentali della agricoltura industriale, promosse nell&#8217;ambito della &#8220;green economy&#8221;.<br />
La promozione della green economy include richiami alla piena attuazione del Doha Round dell&#8217;OMC, l&#8217;eliminazione di tutte le barriere commerciali per le &#8220;soluzioni verdi&#8221;in arrivo, il finanziamento e il sostegno di istituzioni finanziarie come la Banca Mondiale e progetti come i programmi US-AID, e la legittimazione costante delle istituzioni internazionali che servono a perpetuare e promuovere il capitalismo globale.</p>
<p><strong>Perché i contadini si mobilitano</strong><br />
I piccoli agricoltori, le famiglie di agricoltori, i senzaterra, i popoli indigeni, migranti &#8211; donne e uomini &#8211; sono ora decisi a mobilitarsi per opporsi a qualsiasi mercificazione della vita e proporre un altro modo di organizzare il nostro rapporto con la natura sulla terra, sulla base di riforma agraria, alimentare sovranità e l&#8217;Agroecologia contadina<br />
Noi rifiutiamo la &#8220;Green Economy&#8221;, come viene sospinta ora nel processo Rio +20. Si tratta di una nuova maschera per nascondere una sempre presente, l&#8217;avidità crescente delle imprese e l&#8217;imperialismo alimentare nel mondo.</p>
<p>• Ci opponiamo al commercio del carbonio e a tutte le soluzioni di mercato per la crisi ambientale che prevede la liberalizzazione proposta di servizi ambientali nel quadro dell&#8217;OMC.<br />
• Noi rifiutiamo la REDD (Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale), che consente ai paesi ricchi di evitare di tagliare le proprie emissioni finanziando progetti spesso dannosi nei paesi in via di sviluppo.<br />
• Denunciamo e rifiutiamo l&#8217;impadronirsi aziendale del processo di Rio +20 e tutti i processi multilaterali nell&#8217;ambito delle Nazioni Unite.<br />
• Ci opponiamo all&#8217;appropriazione di terre, d&#8217;acqua, semi, foreste e di tutte le risorse &#8220;!<br />
• Noi difendiamo le risorse naturali nei nostri paesi come una questione di sovranità nazionale e popolare, per far fronte alla offensiva e all&#8217;appropriazione privata del capitale;</p>
<p>• Chiediamo politiche pubbliche dei governi per la protezione degli interessi della maggioranza della popolazione, soprattutto i più poveri, e dei lavoratori senza terra;<br />
• Chiediamo un divieto totale dei progetti di geoingegneria e degli esperimenti, sotto le mentite spoglie della tecnologia &#8216;verde&#8217; o &#8216;pulita&#8217; a vantaggio dell&#8217;agrobusiness. Ciò include le nuove tecnologie che vengono proposte per l&#8217;adattamento e la mitigazione al cambiamento climatico sotto le bandiere di &#8220;geo-engineering&#8221; e &#8220;l&#8217;agricoltura intelligente climatica&#8221;, comprese le soluzioni false come le piante transgeniche che dovrebbero adattarsi ai cambiamenti climatici, e il &#8220;biochar&#8221; che si propone per ricostituire il suolo di carbonio.<br />
• Decidiamo di proteggere le nostri sementi autoctone e il nostro diritto a scambiare i semi.<br />
• Noi chiediamo una vera riforma agraria che distribuisca e ridistribuisca la terra &#8211; il principale fattore di produzione &#8211; soprattutto tenendo conto delle donne e dei giovani. La Terra deve essere un mezzo di produzione per assicurare il sostentamento delle persone e non deve essere una merce soggetta alla speculazione sui mercati internazionali. Noi rifiutiamo una &#8220;riforma agraria assistita dal mercato&#8221;, che è un&#8217;altro modo per dire privatizzazione delle terre.<br />
• Lottiamo per la produzione alimentare sostenibile su piccola scala per la comunità e il consumo locale, in opposiziione con l&#8217;agrobusiness e le monocolture per l&#8217;esportazione.<br />
• Continuiamo a organizzare e praticare la produzione basata sulla agroecologia, garantendo la sovranità alimentare per tutti e l&#8217;attuazione di una gestione collettiva delle nostre risorse</p>
<p><strong>Chiamiamo all&#8217;azione</strong><br />
Chiamiamo a una mobilitazione importante del mondo da farsi il 18-26 giugno a Rio de Janeiro, con un campo permanente, per il Vertice dei Popoli, per contrastare il vertice dei governi e dei capitali.<br />
Saremo a Rio al vertice del Popolo, dove le lotte anti-capitaliste di tutto il mondo si incontreranno e insieme proporremo le soluzioni reali. L&#8217;Assemblea permanente del Popolo, tra il 18 e 22, presenterà le lotte quotidiane contro i promotori del capitalismo e gli attacchi alle nostre terre.<br />
Oggi, Rio de Janeiro è una delle città che ricevono il maggior numero di contributi dal capitale globale e ospiterà i Mondiali di calcio e le Olimpiadi. Uniremo le nostre lotte simboliche, quelle urbane e quelle dei movimenti senza terra e dei pescatori.<br />
Dichiariamo , inoltre, la settimana del 5 giugno, come la settimana del mondo più importante in difesa dell&#8217;ambiente e contro le multinazionali e invitiamo tutti in tutto il mondo a mobilitarsi:</p>
<p>• Difendere l&#8217;agricoltura contadina sostenibile<br />
• Occupare la terra per la produzione alimentare agroecologica e non-dominata dal mercato<br />
• Richiedere e scambiare sementi autoctone<br />
• Protestare contro gli uffici di società di Exchange e di marketing e fare appello per porre fine ai mercati speculativi sulle materie prime e terreni<br />
• Organizzare assemblee locali di persone colpite dal capitalismo<br />
• Sogno di un mondo diverso e crearlo!</p>
<p>Il futuro che vogliamo è basato sulla riforma agraria, l&#8217;agricoltura sostenibile fondata sui contadini e la sovranità alimentare!</p>
<p>Globalizziamo la LOTTA! GLOBALIZZIAMO SPERANZA!</p>
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		<title>Antiche visioni per nuove azioni</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 21:58:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enzoparisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia Profonda]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marcella Danon La cultura dei nativi americani, considerata con sufficienza sino a pochi decenni fa, viene oggi riscoperta come cultura di straordinaria profondità, intrisa di grande rispetto per la natura e per la vita stessa. Una profezia annunciava che &#8230; <a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/03/11/antiche-visioni-per-nuove-azioni/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marcella Danon<br />
<a href="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/03/antiche_visioni.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-273" src="http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/files/2012/03/antiche_visioni-300x230.jpg" alt="" width="240" height="185" /></a>La cultura dei nativi americani, considerata con sufficienza sino a pochi decenni fa, viene oggi riscoperta come cultura di straordinaria profondità, intrisa di grande rispetto per la natura e per la vita stessa. Una profezia annunciava che dopo sette generazioni, la tradizione del popolo rosso sarebbe risorta e avrebbe aiutato lo stesso uomo bianco a risanare i problemi causati dal suo scriteriato atteggiamento nei confronti dell’ambiente naturale, e non solo quello. Oggi questo sta avvenendo. Una letteratura di sempre maggior diffusione sta recuperando messaggi antichi eppure attualissimi, e le conoscenze sciamaniche, tramandate di padre in figlio, in questo secolo vengono ora sistematizzate e insegnate alle generazioni contemporanee, non solo ai giovani pellerossa ma a persone di tutto il mondo interessate agli insegnamenti di quelli che nei film di solo una decina di anni fa era spregiativamente definiti stregoni, e che oggi vengono riconosciuti come sciamani.<span id="more-267"></span><br />
Sciamano è l’intermediario tra la terra e il cielo, tra l’umano e il divino, è una figura presente nelle tradizioni di diverse parti del mondo, non solo in nord america. E’ presente tra gli indios del centro e sud america, nelle steppe del nord Europa, della Siberia, della Mongolia, e tra gli aborigeni australiani.<br />
E’ il custode di una scienza e conoscenza molto antica che egli sperimenta sulla sua pelle, abbandonando i sentieri convenzionali per mettersi al servizio della sua società in quanto conoscitore delle leggi che regolano la vita e quindi in grado di curare le malattie, di propiziare la caccia o l’attività agricola.<br />
Lo sciamano ha una visione olistica della realtà, conosce il linguaggio del mondo, legge la sorte nelle forme delle nubi, nel disporsi di sassolini colorati nel cavo della mano, nelle visceri di piccoli animali sacrificati, nel percorso tracciato dal volo degli uccelli. Possono farci sorridere queste pratiche, sorridere benevolmente davanti al “buon selvaggio”, ma la legge della sincronicità e la valorizzazione del linguaggio analogico sono alcune delle scoperte più recenti della nostra “intellighenzia” contemporanea.<br />
L’invito delle tradizioni sciamaniche di tutto il mondo è quello di riconoscere nel corpo il tempio dello spirito che alberga dentro di noi, relativizzando il protagonismo di una mente che crede di essere l’unica funzione psichica veramente valida e degna di fede, ed è quello di riconoscere i profondi legami che ci rendono parte del mondo in cui viviamo, per vederci in relazione con gli altri e con tutto il creato e non come esseri anonimi e insignificanti, staccati da qualsiasi contesto. Concetti che non possono non indurre ad accettare un dialogo e uno scambio di opinioni.<br />
«L’idea condivisa dagli stregoni — ha detto Castaneda in un intervista negli anni ’90 — è che siamo seppelliti dall’educazione impostaci dalla società, ingannati nel percepire il mondo come un posto di solidi intenti e cose definitive. Noi andiamo incontro alla nostra sepoltura rifiutando di considerarci esseri “magici”: il nostro ordine del giorno è di servire l’ego anziché lo spirito. Prima di rendercene conto la battaglia è terminata e noi moriamo squallidamente incatenati all’io. La Libertà è libera, non la si può comprare o capire».<br />
Carlos Castaneda è un etnologo americano che, nel corso di una ricerca sulle piante medicinali del Messico, è entrato in contatto con don Juan, un indio yaqui, in realtà un incomparabile stregone, un brontolone che scelse come apprendista il giovane studente facendone un veicolo di diffusione dei suoi insegnamenti. L’opera di Castaneda, nove libri scritti nell’arco di poco meno di trent’anni, è stato infatti uno dei principali contributi alla conoscenza della cultura sciamanica, diffusa non in modo didascalico, ma esperienziale.<br />
I messaggi che colpiscono al cuore sono infatti quelli vissuti sulla propria pelle e raccontati quando ancora l’emozione è così viva da trasparire tra le righe. E’ così che Marlo Morgan, un’assistente sociale americana che ha ideato e realizzato in Australia un progetto di reinserimento sociale di giovani aborigeni, nel celebre E venne chiamata due cuori si è fatta portavoce del messaggio della Vera Gente, come si definiscono gli aborigeni australiani, rivelando aspetti della loro cultura sinora sconosciuti al grande pubblico. Questo popolo è un discendente degli uomini che da più a lungo abitano la Terra. E’ un popolo che ha imparato a convivere con la natura nel più totale rispetto e armonia, un popolo che a dispetto del disprezzo e dell’incomprensione che hanno caratterizzato il suo rapporto con l’uomo cosiddetto civilizzato, è espressione vivente delle potenzialità più alte a cui può aspirare l’essere umano nella sua evoluzione.<br />
“Incontri” come questi stanno contribuendo a incrinare il mito della cultura occidentale come l’unica e vera cultura mai esistita, e stanno permettendo di sviluppare un atteggiamento di maggior umiltà, ma anche maggior ricettività, nei confronti di una quantità incredibile di esperienze e informazioni prima trascurate per riformulare una nuova, più completa, immagine di ciò che siamo come individui e come esseri umani, abitanti di questo bel pianeta verde e azzurro.</p>
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